Numero 01 — Primavera 2026 cittadinanza.net

Cittadinanza

La rivista italiana della cittadinanza americana

Cittadinanza · Il dibattito contemporaneo · Adjustment of status, 2026
Capitolo XVIII · Il dibattito contemporaneo

La porta che si chiude

Con il memorandum PM-602-0199 del 21 maggio 2026, USCIS riscrive l'adjustment of status come atto di grazia amministrativa anziché diritto. Una stretta che, applicata coerentemente, può sbarrare la strada al green card — e dunque alla cittadinanza — a milioni di immigrati con coniugi o figli adulti americani.

Le strade che portano alla cittadinanza americana sono due, e una sola di esse — la naturalizzazione — è quella per chi non è nato sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma per arrivare al modulo N-400, prima, bisogna essere lawful permanent residents: serve il green card. E per ottenere il green card stando già dentro gli Stati Uniti, senza dover tornare al consolato del Paese d'origine, c'è una procedura che si chiama adjustment of status. È la porta laterale, e per molti l'unica realmente percorribile. Il 21 maggio 2026, con un memorandum di poche pagine, l'amministrazione di Donald Trump ha cominciato a chiuderla.

Il documento si chiama Policy Memorandum PM-602-0199 ed è firmato dall'Ufficio del Direttore di U.S. Citizenship and Immigration Services. Il titolo basta da solo: «Adjustment of Status is a Matter of Discretion and Administrative Grace, and an Extraordinary Relief that Permits Applicants to Dispense with the Ordinary Consular Visa Process». Tradotto: l'aggiustamento di status è un favore, non un diritto, e serve a saltare la fila al consolato. Chi salta la fila, lo dice il titolo, sta usando un canale eccezionale e non ordinario.

Cos'è davvero l'adjustment of status

La sezione 245 dell'Immigration and Nationality Act è del 1952. Permette a chi si trova negli Stati Uniti, ed è eleggibile per il green card per ragioni familiari, lavorative, umanitarie o di asilo, di concludere la pratica restando dentro i confini. La procedura ordinaria sarebbe diversa: lo straniero presenterebbe la domanda al consolato americano del proprio Paese di origine, attenderebbe il visto di immigrazione, e poi entrerebbe negli Stati Uniti già come residente permanente. Si chiama consular processing, ed è il binario standard.

L'adjustment è dunque un'eccezione comoda. Comoda soprattutto per due categorie di persone: chi è entrato regolarmente con un visto e poi si è sposato con un cittadino americano; e chi è entrato regolarmente, ha avuto figli sul suolo americano, e attende che almeno uno di essi compia ventun anni per presentare la petition familiare in qualità di immediate relative. In entrambi i casi, l'INA prevede una corsia preferenziale per i parenti stretti di cittadini: il visto è sempre disponibile, non c'è coda. E la sezione 245(a) consente di sistemare la pratica senza lasciare il Paese.

Le due strade verso il green card Consular processing: domanda al consolato statunitense all'estero, visto di immigrazione, ingresso da residente permanente. Adjustment of status: domanda dall'interno degli Stati Uniti, con il Form I-485, senza dover lasciare il Paese. Per chi è già negli USA con un coniuge o un figlio adulto cittadino americano, è da decenni la via più frequente.

La svolta del 21 maggio 2026

Il memorandum non cambia la legge. Non potrebbe: solo il Congresso può farlo. Cambia il modo in cui USCIS interpreta la sezione 245(a) — quel «may be adjusted by the Secretary, in his discretion» — al momento di decidere ogni singola domanda. È un'operazione semantica, ma con conseguenze materiali enormi.

Il memo richiama una decisione del Board of Immigration Appeals del 1974, Matter of Blas, in cui si stabiliva che l'adjustment of status non è un diritto e che il richiedente deve dimostrare di meritarlo. Cita la Corte Suprema in Patel v. Garland (2022): «relief from removal is always a matter of grace». E spinge oltre il principio, applicandolo non a chi è in procedura di espulsione, ma a chiunque presenti una domanda di green card dall'interno.

Il passaggio chiave, che vale la pena leggere per esteso, è questo: «While such aliens may be otherwise eligible for adjustment of status, their contravention of this expectation and attempt to avoid the ordinary consular immigrant visa process, usually accompanied by their violation of our immigration laws, are adverse factors that the aliens may need to offset by a showing of unusual or even outstanding equities». In italiano: anche se sei pienamente eleggibile, il fatto stesso di non essere tornato a casa per chiedere il visto al consolato è un fattore negativo, e per superarlo dovrai mostrare circostanze «inusuali o addirittura eccezionali». E il memo precisa, ancora più crudo: «The absence of adverse factors, by itself, does not demonstrate such unusual or outstanding equities». Non bastano un curriculum pulito, un lavoro, una famiglia americana: serve qualcosa di straordinario.

Anche se sei pienamente eleggibile, il fatto stesso di non essere tornato a casa per chiedere il visto al consolato è oggi, per USCIS, un fattore negativo da bilanciare con «equities inusuali o eccezionali».

Chi paga, in concreto

Chi è entrato senza ispezione — i cosiddetti EWI, entered without inspection — non era mai stato eleggibile all'adjustment ai sensi della 245(a): per loro l'unica via era un meccanismo più ristretto, la 245(i), che richiede una petizione anteriore al 30 aprile 2001. Questa stretta non li tocca, perché loro la porta laterale non l'avevano mai avuta.

I destinatari reali del memo sono altri. Sono le persone entrate legalmente — con visto turistico, con visto di studio, con un parole umanitario, con un visto di lavoro — e poi rimaste oltre la scadenza. Per loro la sezione 245 prevede da decenni un'eccezione importante: se diventano immediate relatives di un cittadino americano (coniuge, genitore di un cittadino maggiorenne, figlio minore non sposato), l'overstay stesso viene perdonato dalla legge ai fini dell'adjustment. La statutory bar della 245(c) non si applica agli immediate relatives. Questa è, da decenni, la via attraverso cui milioni di persone hanno ottenuto il green card senza tornare in Italia, in Brasile, nelle Filippine o in Messico.

Quei numeri non sono astratti. Secondo i Yearbook of Immigration Statistics del Department of Homeland Security, ogni anno fra i quattrocentomila e i seicentomila immediate relatives ricevono il green card. Una quota maggioritaria di queste pratiche viene completata via adjustment of status dentro gli Stati Uniti, non al consolato. Sono coniugi di soldati, di programmatori, di insegnanti, di camerieri, di cassieri. Sono genitori che hanno aspettato che il figlio compisse ventun anni per poter chiedere la petition. Sono, in molti casi, persone che vivono e lavorano negli Stati Uniti da quindici o vent'anni.

La trappola della consular processing

Il memorandum, formalmente, non vieta nulla: rinvia al consular processing. Andate via, dice in sostanza, fate la pratica al consolato del Paese d'origine, e tornate da residenti permanenti come prevedeva il legislatore. È un suggerimento che suona ragionevole solo finché non si conosce la sezione 212(a)(9)(B) dell'INA.

La 212(a)(9)(B) è una norma del 1996 nota come «three- and ten-year bars». Stabilisce che chi è stato presente in modo irregolare negli Stati Uniti per più di 180 giorni e poi lascia il Paese non può rientrare per tre anni; se l'irregolarità è stata di un anno o più, il divieto sale a dieci anni. Il meccanismo scatta solo all'uscita: chi resta dentro non ne è colpito; chi esce per andare al consolato sì. Per questo, dal 1996, milioni di persone hanno preferito la porta laterale dell'adjustment: era l'unico modo per non incappare nel divieto decennale.

Esiste un waiver, il I-601A, che consente di chiedere in anticipo la rimozione del divieto. Ma il waiver dipende anch'esso da una valutazione discrezionale, richiede la dimostrazione di extreme hardship per il coniuge o genitore cittadino, e prevede tempi di attesa che possono superare i due anni. Chi esce e si vede rifiutare il waiver resta bloccato fuori per un decennio. La consular processing che il memo presenta come alternativa «ordinaria» è, per chi ha accumulato anche solo qualche mese di overstay, una scommessa con la propria famiglia in pegno.

Il paradosso dei dieci anni L'adjustment of status fu, dopo la riforma del 1996, la via che permise a chi aveva accumulato presenza irregolare di regolarizzarsi senza far scattare il ten-year bar. Se quella porta si chiude, e la consular processing diventa rischiosa, milioni di persone restano in una terra di nessuno giuridica: non possono regolarizzarsi dentro, non possono uscire senza rischiare di non poter rientrare.

Dal green card alla cittadinanza

Qui il memorandum si lega, in modo diretto, al cuore di questa rivista. La cittadinanza americana per chi non è nato sul suolo nazionale si acquisisce tramite naturalizzazione, e la naturalizzazione richiede di essere stati lawful permanent residents per almeno cinque anni — tre nel caso del coniuge di cittadino. Senza green card, l'N-400 non si può nemmeno depositare. Senza adjustment of status (e senza una consular processing percorribile), il green card non arriva. Senza green card, la cittadinanza è preclusa.

Negli ultimi anni di amministrazione Biden, e prima ancora in quelli di Obama, USCIS naturalizzava ogni anno fra i settecentomila e i novecentomila residenti permanenti. Una fetta significativa di quel flusso era costituita da persone che avevano ottenuto il green card via adjustment of status come immediate relatives. È quel circuito — entrata regolare, soggiorno, matrimonio o figli, adjustment, cinque anni di residenza, naturalizzazione — che il memo del 21 maggio mette in discussione al primo anello.

Non c'è bisogno di immaginare un divieto formale. Basta che gli ufficiali USCIS, applicando la nuova guida, inizino a negare in misura crescente le domande di I-485 per «unfavorable exercise of discretion», invocando come fattore avverso l'overstay, il lavoro non autorizzato, o semplicemente «the attempt to avoid the ordinary consular immigrant visa process». Il memorandum chiede esplicitamente che il rifiuto includa «an analysis containing the positive and negative factors considered, along with an explanation of why the negative factors outweigh the positive factors». La burocrazia americana, quando vuole, ha imparato a scrivere queste motivazioni in maniera difficilmente impugnabile.

Una decisione (quasi) insindacabile

Il punto più delicato del memo riguarda la sindacabilità giudiziaria. Il memorandum cita la sezione 242(a)(2)(B) dell'INA e la sentenza Patel v. Garland per ricordare che, nelle scelte discrezionali in materia di sollievo dall'espulsione, i tribunali federali hanno una competenza ridotta. Quando USCIS nega un adjustment of status per ragioni discrezionali, il margine di sindacato giurisdizionale si restringe sensibilmente. Si può ricorrere, certo. Ma il giudice federale non rivaluterà i fatti: si limiterà a verificare se l'amministrazione ha rispettato la procedura.

Questo trasforma il memo, formalmente non vincolante, in uno strumento di indirizzo molto efficace. USCIS sta dicendo ai propri ufficiali: «weigh all positive and negative factors», «consider violations of our immigration laws», «an alien's failure to depart as expected are highly relevant». Ogni domanda di adjustment diventa una pratica in cui la presunzione gioca contro l'applicante. E ogni rifiuto, costruito a regola d'arte, è poco aggredibile davanti a un giudice.

Senza green card, l'N-400 non si può nemmeno depositare. Il memo del 21 maggio incide sulla naturalizzazione al primo anello della catena.

Cosa resta della «porta laterale»

Il memorandum non è, in sé, un atto rivoluzionario. Si presenta come una semplice riaffermazione di principi giurisprudenziali risalenti — Matter of Blas, Patel v. Garland, Elkins v. Moreno. Ma quei principi, per cinquant'anni, sono stati la cornice teorica entro cui USCIS approvava di fatto la grande maggioranza delle domande di immediate relatives. La novità è la decisione politica di estrarre dalla cornice tutto il suo potenziale restrittivo, applicandolo non in casi limite ma in massa.

Restano fuori dalla stretta alcune categorie: i VAWA self-petitioners, ossia le vittime di violenza domestica coniugale; i rifugiati e gli asilanti, per i quali la sezione 209 prevede un meccanismo non discrezionale; alcuni programmi statutari speciali, come quello per i cubani sotto la legge del 1966 o per gli iracheni e afghani che hanno collaborato con le forze americane. Per questi gruppi l'adjustment è blindato dalla legge, non dalla discrezione.

Per tutti gli altri — e sono milioni — il messaggio del 21 maggio 2026 è chiaro: la porta laterale esiste ancora, ma è socchiusa. Aprirla del tutto richiederà di dimostrare ad un ufficiale, caso per caso, di essere fra quelli che «meritano» l'eccezione. È una distanza enorme dal sistema che, dal 1965 al 2025, aveva trasformato il green card familiare in una procedura amministrativa quasi automatica per chi era già sul suolo americano e aveva un parente cittadino.

L'America ha sempre raccontato sé stessa come un Paese di immigrati. Lo ha fatto attraverso le statue del porto di New York, attraverso le sue leggi del 1790, del 1868, del 1965. Lo ha fatto, soprattutto, attraverso istituti giuridici come l'adjustment of status, che hanno trasformato l'irregolarità in regolarità ogni volta che un parente cittadino apriva la strada. Il memorandum PM-602-0199 non chiude formalmente quella possibilità. Le toglie, però, l'aria di normalità che la rendeva accessibile. La trasforma in un favore. E i favori, per definizione, non si possono pretendere.


Fonti principali: USCIS Policy Memorandum PM-602-0199 (21 maggio 2026); INA §§ 245, 212(a)(9)(B); Matter of Blas, 15 I&N Dec. 626 (BIA 1974); Patel v. Garland, 596 U.S. 328 (2022); DHS, Yearbook of Immigration Statistics.

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