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Indice Sezione II — I pilastri costituzionali Capitolo 03

Capitolo III · Pilastri costituzionali

Il XIV Emendamento

Ratificato il 9 luglio 1868, il XIV Emendamento è la più audace riscrittura del patto americano dopo la Costituzione. In due frasi cancella Dred Scott e inventa la cittadinanza per nascita.

Manoscritto originale del XIV Emendamento, 1866 — National Archives, Washington.
Manoscritto del XIV Emendamento, 1866 — National Archives, Washington. Wikimedia Commons

Il 9 luglio 1868, quando il segretario di Stato William Seward proclamò l'avvenuta ratifica del XIV Emendamento alla Costituzione, gli Stati Uniti uscivano da meno di tre anni di una Guerra Civile che aveva ucciso seicentomila uomini e cancellato un intero ordine sociale. La Carta del 1787, redatta sotto l'ombra reticente della schiavitù, andava riscritta nelle sue fondamenta. Lo si fece con tre emendamenti consecutivi — il XIII nel 1865, il XIV nel 1868, il XV nel 1870 — che la storiografia americana ha chiamato Reconstruction Amendments e che, presi insieme, costituiscono la seconda fondazione della repubblica.

Il XIV Emendamento è il più lungo e il più ambizioso dei tre. La sua Sezione 1, in particolare, cinge in due frasi l'intera architettura della cittadinanza moderna e dei diritti fondamentali. Da quel testo, oggi, derivano per via interpretativa i precedenti su segregazione, matrimonio, aborto, libertà di parola, contenzioso elettorale. Pochi testi giuridici al mondo hanno generato, per unità di parola, altrettanta giurisprudenza.

Tre frasi che cambiarono l'America

L'architetto principale della formula fu John Bingham, deputato repubblicano dell'Ohio, già procuratore militare nei processi per l'assassinio di Lincoln. Al suo fianco, il vecchio leone abolizionista Thaddeus Stevens guidò alla Camera la coalizione che fece passare il testo nel giugno 1866 e lo inviò agli Stati per la ratifica. La pressione politica fu durissima: il Congresso impose ai legislativi del Sud, ancora sotto occupazione militare, di approvare l'emendamento come condizione per la riammissione nell'Unione. Tennessee, Arkansas e Louisiana lo fecero a denti stretti; Georgia e Texas dovettero essere riportati al voto due volte; solo allora, nell'estate del 1868, fu raggiunta la maggioranza dei tre quarti degli Stati richiesta dall'articolo V.

La Sezione 1 contiene quattro clausole, ciascuna destinata a una propria storia. La Citizenship Clause definisce, per la prima volta nella Costituzione, chi è cittadino americano. La Privileges or Immunities Clause protegge i privilegi e le immunità dei cittadini dall'invadenza degli Stati. La Due Process Clause vieta agli Stati di privare chiunque della vita, della libertà o della proprietà senza il giusto procedimento. La Equal Protection Clause garantisce a chiunque, sul territorio della repubblica, l'uguale protezione delle leggi.

La Citizenship Clause

Il primo capoverso recita testualmente: «All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside». Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono. È, in apparenza, una definizione anodina. In realtà rovescia in modo definitivo la sentenza Dred Scott v. Sandford del 1857, con cui la Corte Suprema aveva negato che un afroamericano, libero o schiavo, potesse mai essere cittadino della repubblica.

L'obiettivo politico immediato era riconoscere lo status pieno ai quattro milioni di liberti emancipati dal Proclama di Lincoln e dal XIII Emendamento. Ma la formula, nella sua impersonalità, andava oltre: includeva i figli degli immigrati europei, dei cinesi, dei messicani, e in linea di principio di chiunque vedesse la luce sul suolo dell'Unione. Era il consolidamento costituzionale del principio dello ius soli, già radicato nella tradizione anglosassone della common law dopo Calvin's Case, e adesso elevato al rango di norma fondamentale.

Il testo della Citizenship Clause «All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside.» — Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono.

Equal Protection: il pilastro nascosto

Se la Citizenship Clause è la sezione più nota, la Equal Protection Clause è probabilmente quella che ha cambiato di più la vita quotidiana degli americani. Per quasi un secolo dopo la ratifica fu addormentata dalla giurisprudenza segregazionista di Plessy v. Ferguson (1896). Si risvegliò con sorprendente energia nel 1954, quando la Corte Suprema, in Brown v. Board of Education, la usò per dichiarare incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Da quel momento è stata il fondamento giuridico delle grandi sentenze sui diritti civili: Loving v. Virginia (1967), che cancellò i divieti di matrimoni interrazziali; Reed v. Reed (1971), prima vittoria della parità di genere; Obergefell v. Hodges (2015), che riconobbe il matrimonio same-sex su tutto il territorio federale.

In due frasi il XIV Emendamento cancellò Dred Scott e inventò la cittadinanza per nascita.

Il problema della «jurisdiction»

Resta, intorno alla Citizenship Clause, una zona grigia che la giurisprudenza non ha mai del tutto pacificato: la formula «subject to the jurisdiction thereof». Bingham la introdusse per escludere alcune categorie ristrette — i figli dei diplomatici stranieri, immuni da ogni autorità americana per principio del diritto internazionale, e i figli degli eserciti nemici di occupazione, ipotesi ottocentesca rimasta sulla carta. La Corte Suprema, con Elk v. Wilkins nel 1884, vi fece rientrare anche i nativi americani membri di tribù riconosciute come sovranità separate; sarà l'Indian Citizenship Act del 1924 a sanare quella esclusione per via legislativa.

Più decisiva, e ancora oggi attuale, è l'interpretazione data dalla Corte in United States v. Wong Kim Ark nel 1898 — argomento del capitolo seguente — che lesse la «jurisdiction» come territoriale e non politica: chiunque nasca nel territorio degli Stati Uniti, salvo le eccezioni minime indicate, è cittadino americano. Quel precedente regge da centoventisette anni, ed è il bersaglio della stagione più recente di contestazione politica del birthright citizenship, di cui si parlerà nel quindicesimo capitolo. Le tre frasi del 1868, in ogni caso, restano lì, e continuano a parlare con la voce ferma di un Congresso che, nell'estate della Ricostruzione, decise di riscrivere la repubblica.

Capitolo III di XV · Pubblicato da Cittadinanza.net