United States v. Wong Kim Ark
Nel 1898 un cuoco di San Francisco, nato in California da genitori cinesi, vince davanti alla Corte Suprema il caso che consacrerà per oltre un secolo lo ius soli americano.
Nessuno, nel quartiere cinese di San Francisco, avrebbe scommesso un dollaro su di lui. Wong Kim Ark era nato nel 1873 in una palazzina di Sacramento Street, sopra la bottega del padre, mercante di generi alimentari. Era cittadino americano per nascita — lo era, almeno, secondo la lettera del XIV Emendamento, ratificato cinque anni prima — e tuttavia il governo federale, alla fine del 1895, glielo contestava esplicitamente. Tre anni dopo, il 28 marzo 1898, la Corte Suprema gli diede ragione con una sentenza di sessanta pagine che, da centoventisette anni, regge come pilastro insostituibile dello ius soli americano.
Il caso porta il nome ufficiale di United States v. Wong Kim Ark, 169 U.S. 649 (1898). È, insieme a Dred Scott e al XIV Emendamento, il terzo angolo del triangolo costituzionale che definisce ancora oggi chi è americano per nascita. Va riletto, oltre che per le sue conseguenze giuridiche, per l'epoca improbabile in cui fu pronunciato: la stagione più dura dell'esclusione asiatica, il decennio in cui la California chiedeva al Congresso di sigillare i porti del Pacifico contro «the yellow peril».
Il cuoco di Sacramento Street
I genitori di Wong erano sudditi dell'Imperatore di Cina, residenti legalmente negli Stati Uniti sotto i trattati di Burlingame del 1868. Lui, Wong Kim Ark, parlò inglese da piccolo, frequentò una scuola pubblica di Chinatown e prese a lavorare presto come cuoco — mestiere allora uno dei pochi accessibili agli uomini cinesi della West Coast, segregati dalla maggioranza del mercato del lavoro. Nel 1890 fece il suo primo viaggio in Cina, per ragioni familiari; al ritorno, qualche mese dopo, fu lasciato entrare senza problemi: era riconosciuto come native-born citizen, cittadino per nascita.
La seconda partenza, nel 1894, coincise con un irrigidimento dell'amministrazione doganale di San Francisco. Quando rientrò ad agosto 1895 a bordo del piroscafo Coptic, i funzionari federali si rifiutarono di farlo sbarcare. La motivazione era esplicita: pur essendo nato sul suolo americano, Wong restava ai loro occhi un cinese, e dunque uno «straniero». Per cinque mesi rimase confinato sulla nave alla fonda nella baia. Una piccola squadra di avvocati assoldata dalla locale Chinese Six Companies, l'organizzazione mutualistica della comunità, ne ottenne la liberazione tramite habeas corpus e impostò la causa che sarebbe approdata alla Corte Suprema.
Il Chinese Exclusion Act e il blocco al porto
Per capire il contesto bisogna ricordare la legge che pendeva sulla testa di Wong. Il Chinese Exclusion Act del 1882 — primo atto federale a vietare l'immigrazione di un gruppo nazionale specifico — proibiva l'ingresso dei lavoratori cinesi negli Stati Uniti e impediva la naturalizzazione di chi già si trovava sul territorio. Rinnovato e inasprito nel 1892 con il Geary Act, costringeva i residenti cinesi a portare con sé un certificato di registrazione, pena l'espulsione immediata. Era, di fatto, l'inquadramento giuridico più razzializzato della politica migratoria americana del secondo Ottocento.
In questo contesto, il governo federale costruì contro Wong un ragionamento che ai suoi avvocati apparve azzardato, ma che intercettava un equivoco serio. La Citizenship Clause del XIV Emendamento riconosceva cittadinanza ai nati «subject to the jurisdiction» degli Stati Uniti. Wong, sostennero i procuratori federali, era figlio di sudditi dell'Imperatore cinese: la sua appartenenza politica, dal punto di vista del diritto internazionale, era cinese. Dunque, conclusero, non rientrava nella «giurisdizione» di Washington nel senso pieno del XIV Emendamento, ma vi era soggetto soltanto in modo accidentale, come uno straniero qualunque.
La sentenza Gray, marzo 1898
La Corte Suprema rispose con una sei a due. La majority opinion fu affidata al giudice Horace Gray, bostoniano, settantenne, già professore di diritto a Harvard, dotato di una memoria storica fra le più erudite della Corte. Gray costruì la sua argomentazione su una linea apparentemente conservatrice: il XIV Emendamento, scrisse, non aveva inventato nulla. Si limitava a costituzionalizzare il principio dello ius soli che la common law inglese applicava da secoli, sintetizzato nel celeberrimo Calvin's Case del 1608. Quel principio era stato ereditato dalle colonie, conservato dalla repubblica, e ora elevato al rango di norma costituzionale.
La «giurisdizione» del XIV Emendamento, scrisse Gray, era dunque territoriale, non politica. Chiunque nascesse nel territorio degli Stati Uniti era soggetto alle sue leggi e cittadino americano, con tre eccezioni minime e classiche: i figli dei diplomatici accreditati presso il governo federale, immuni per principio di reciprocità internazionale; i figli dei membri di un esercito nemico in occupazione del territorio; i figli dei membri di nazioni indiane non tassate, separati per ragioni di sovranità tribale. Fuori da quelle tre fattispecie, la regola era universale.
La dissenting opinion, firmata dal Chief Justice Melville Fuller e sottoscritta da John Marshall Harlan — paradossalmente il celebre dissenziente, due anni prima, contro la segregazione di Plessy v. Ferguson — sosteneva la tesi opposta: la cittadinanza, scriveva Fuller, doveva seguire l'allegeanza dei genitori e non il luogo di nascita. Era una posizione minoritaria nel 1898, e lo è rimasta.
Centoventisette anni di precedente
Da quel 28 marzo, la sentenza ha retto ininterrottamente. È stata applicata ai figli degli immigrati italiani di Ellis Island, agli ebrei dei pogrom dell'Europa orientale, ai messicani della frontiera, ai vietnamiti del 1975. Oggi, nel 2025, è al centro del dibattito politico sull'executive order firmato dall'amministrazione Trump che ha tentato di restringere la cittadinanza per nascita ai figli di residenti irregolari. Della vicenda — ancora in corso davanti alle corti federali — ci si occuperà nel quindicesimo capitolo.
Resta l'ironia storica più fertile della vicenda. Nel decennio in cui la California issava cartelli «Chinese must go» e il Congresso scriveva nelle leggi che il colore della pelle era un criterio di esclusione, la Corte Suprema fu costretta — proprio da un cuoco di Sacramento Street — a fissare per scritto il principio che oggi protegge ogni bambino nato in America, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori. Quel cuoco, sulle banchine del porto, attese cinque mesi una decisione che pesa ancora.