Numero 01 — Primavera 2026 cittadinanza.net

Cittadinanza

La rivista italiana della cittadinanza americana

Indice Sezione III — I popoli esclusi Capitolo 08

Capitolo VIII · Popoli esclusi

L'esclusione asiatica

Dal Page Act del 1875 alle sentenze Ozawa e Thind, ottant'anni di legislazione e giurisprudenza scrissero la razza nella legge americana — finché, nel 1952, il McCarran-Walter Act non rimosse l'ultima barriera razziale alla naturalizzazione.

'The Chinese Question', vignetta politica statunitense del 1871, Library of Congress.
The Chinese Question, vignetta politica, 1871 — Library of Congress. Wikimedia Commons

Quando, il 3 marzo 1875, il presidente Ulysses Grant appose la firma al cosiddetto Page Act, pochi contemporanei colsero la portata storica del provvedimento. Eppure quella legge — formalmente diretta a impedire l'ingresso di donne asiatiche destinate alla prostituzione, e in concreto applicata in modo da bloccare quasi ogni immigrazione femminile dalla Cina — inaugurò ottant'anni di legislazione e giurisprudenza che fecero della razza, dichiaratamente o sottintesa, una categoria della cittadinanza americana. Quell'edificio sarebbe stato smontato solo nel 1952, con il McCarran-Walter Act, e definitivamente superato nel 1965, con l'Immigration and Nationality Act firmato da Lyndon Johnson sotto la Statua della Libertà.

Page Act e Chinese Exclusion: l'inizio

Il decennio della costruzione delle ferrovie transcontinentali, terminate a Promontory Summit nel 1869, aveva richiamato in California decine di migliaia di lavoratori cinesi, impiegati nei cantieri ai salari più bassi dell'Ovest. Esaurito il ciclo costruttivo, il sentimento ostile delle comunità bianche californiane, scosse dalla recessione del 1873, trovò sponda nella politica federale. Il Page Act del 1875 fu il primo passo. Sette anni più tardi, il 6 maggio 1882, il presidente Chester Arthur firmava il Chinese Exclusion Act: la prima legge americana a vietare l'immigrazione di un intero gruppo nazionale e a stabilire, in modo esplicito, che i cinesi non potessero essere naturalizzati. Doveva durare dieci anni; sarebbe stata rinnovata, inasprita e infine — con il Geary Act del 1892 — resa di fatto permanente. Lo Scott Act del 1888 chiuse il cerchio impedendo persino il rientro a chi era già residente e si fosse temporaneamente assentato.

Negli anni successivi la rete restrittiva si estese ad altri popoli del continente asiatico. Il Gentlemen's Agreement del 1907, negoziato fra Theodore Roosevelt e Tokyo, limitò informalmente l'immigrazione giapponese. L'Asiatic Barred Zone Act del 1917 disegnò sulla carta un'area geografica — dalla penisola arabica all'Indocina — i cui abitanti erano dichiarati inammissibili all'immigrazione. Il Cable Act del 1922 stabilì infine che una donna americana sposata con un alien ineligible to citizenship perdesse la propria cittadinanza.

Ozawa, Thind e la 'whiteness' della Corte Suprema

Su questo terreno si innestano i due casi che la dottrina avrebbe chiamato i racial prerequisite cases, e che mostrano con quale leggerezza la Corte poteva contraddirsi pur di custodire una linea di esclusione. Il Naturalization Act del 1790 aveva riservato la cittadinanza ai «free white persons»: quale fosse il significato di «bianco», divenne improvvisamente la domanda decisiva.

Nel 1922, in Ozawa v. United States, il giudice George Sutherland rispose negando la naturalizzazione a Takao Ozawa, un cittadino giapponese di Honolulu colto, laureato, parlante inglese e cristiano. Ozawa aveva sostenuto, con esiti analitici raffinati, di possedere una pelle effettivamente bianca, e dunque di rientrare nella categoria. La Corte respinse il ricorso: «white», sentenziò Sutherland, doveva intendersi come sinonimo di «Caucasian», nel senso antropologico classico della parola. Non era questione di pigmento, ma di razza in senso scientifico.

Ottant'anni di leggi razziali costruirono, con cura, ciò che mezzo secolo di sentenze avrebbe smontato.

Tre mesi dopo, nello stesso tribunale, comparve United States v. Bhagat Singh Thind. Thind, sikh dello stato indiano del Punjab, veterano dell'esercito americano nella Prima guerra mondiale, fece osservare alla Corte che gli antropologi contemporanei classificavano gli indiani dell'Asia meridionale come caucasici in senso stretto: era proprio la definizione che Sutherland aveva accolto pochi mesi prima. Sutherland scrisse di nuovo la sentenza, ma con argomento opposto: «white» — affermò — non è una nozione antropologica, bensì una categoria del «common understanding», del senso comune dell'uomo medio americano. Quell'uomo medio, evidentemente, non considerava bianco un sikh punjabi. Naturalizzazione negata.

La contraddizione era così palese da apparire pedagogica: la whiteness non era una categoria scientifica né popolare, ma una funzione del risultato voluto. Negli stessi anni, l'Immigration Act del 1924 — il National Origins Act firmato da Coolidge — sistemò la materia su scala generale: quote rigide per ciascun paese, calibrate sull'origine etnica della popolazione censita al 1890, e divieto totale di immigrazione per gli «aliens ineligible to citizenship». In termini pratici, dall'Asia non sarebbe più arrivato quasi nessuno.

L'internamento del 1942

Il punto più estremo della parabola si toccò durante la Seconda guerra mondiale. Il 19 febbraio 1942, con l'Executive Order 9066, Franklin Roosevelt autorizzò la deportazione e l'internamento di circa centoventimila persone di origine giapponese residenti sulla costa occidentale, due terzi dei quali cittadini americani per nascita. La misura — fondata su un generico richiamo alla sicurezza nazionale — fu confermata dalla Corte Suprema nel 1944 con la sentenza Korematsu v. United States, una pronuncia che la stessa Corte avrebbe ripudiato in obiter dictum nel 2018, in Trump v. Hawaii. Per chi ricostruisce la storia della cittadinanza, il dato è asciutto: per quattro anni, la citizenship di un americano di origine giapponese non lo protesse dal campo di Manzanar.

La fine di un'epoca: McCarran-Walter e l'Atto del 1965

Il primo passo per smontare l'edificio fu, paradossalmente, di natura diplomatica. Nel 1943, mentre la Cina era alleata degli Stati Uniti contro il Giappone, il Congresso approvò il Magnuson Act: abolizione del Chinese Exclusion e ammissione, sia pur a piccole quote, dei cinesi alla naturalizzazione. Negli anni successivi misure analoghe estesero il diritto a indiani e filippini. La svolta sistematica arrivò però con il McCarran-Walter Act del 1952, ancora oggi conosciuto come Immigration and Nationality Act: pur conservando il sistema delle quote per origine nazionale — e dunque ancora restrittivo verso il continente asiatico — quella legge rimosse ogni residua barriera razziale alla naturalization. Dopo centosessantadue anni, la formula «free white persons» del 1790 usciva definitivamente dalla legge americana.

Il completamento giuridico arrivò tredici anni più tardi, con l'Immigration and Nationality Act del 1965, che abolì il sistema delle quote nazionali a favore di criteri fondati sui legami familiari e sulle competenze professionali. Da allora, l'immigrazione asiatica ha radicalmente trasformato la demografia americana: ma quel risultato non sarebbe stato pensabile senza la rimozione paziente, e tardiva, di ottant'anni di legislazione razziale.

Da ricordare Le sentenze Ozawa (1922) e Thind (1923) usarono argomenti opposti — antropologia scientifica nel primo caso, senso comune nel secondo — per giungere allo stesso risultato: negare la whiteness, e dunque la cittadinanza, ai richiedenti asiatici.
Capitolo VIII di XV · Pubblicato da Cittadinanza.net