Ius soli contro ius sanguinis
Nel mondo del 2026 lo ius soli puro è applicato da circa trenta Paesi, quasi tutti nelle Americhe. Cosa rende il modello statunitense un'eccezione globale, e perché l'Europa ha scelto un'altra strada.
Esistono due modi, e in fondo soltanto due, di rispondere alla domanda più semplice e più temibile del diritto pubblico: chi è dei nostri. Il primo guarda alla terra: è dei nostri chi nasce sul nostro suolo. Il secondo guarda al sangue: è dei nostri chi nasce dai nostri. Da queste due risposte — ius soli e ius sanguinis — discende quasi tutta la geografia contemporanea della cittadinanza, e in particolare l'asimmetria, oggi sempre più visibile, fra il modello americano e quello europeo.
Nel 2026 i Paesi che applicano uno ius soli incondizionato — automatico, senza alcuna condizione di residenza o legalità dei genitori — sono circa trentatré. Più dell'ottanta per cento si concentra in un solo emisfero, le Americhe. Stati Uniti, Canada, Messico, Brasile, Argentina, Cile, la quasi totalità dei Caraibi: il continente intero è una grande eccezione planetaria. Il resto del mondo, dall'Europa alla Cina, dal Giappone all'India, applica varianti più o meno strette dello ius sanguinis.
Due principi, due idee di nazione
La distinzione non è soltanto tecnica. Sotto la superficie giuridica scorre una differenza filosofica antica quanto la modernità politica. Lo ius soli assume che la nazione sia un patto territoriale: chi nasce dentro i suoi confini, chi cresce esposto alla sua lingua, alle sue scuole, ai suoi tribunali, è parte della comunità per il fatto stesso di esserci. È una concezione orizzontale, contrattualista, vagamente illuminista. Lo ius sanguinis, al contrario, presume che la nazione preesista alla sua geografia: un popolo è un'eredità, una catena di filiazioni, qualcosa che si trasmette come il cognome.
Non a caso lo ius soli domina nei Paesi nati dalla colonizzazione — le cosiddette settler colonies, nazioni costruite più che ricevute, dove il problema storico fu popolare un continente, includere nuovi arrivati, fare di stranieri di seconda generazione dei concittadini di prima. Lo ius sanguinis resta invece tipico dei vecchi Stati-nazione europei, dove l'identità etnoculturale precede di secoli l'idea stessa di cittadinanza scritta. È, alla lettera, la differenza fra una nazione che si fa e una nazione che si trova.
Il modello americano e le sue ragioni
Il fatto che gli Stati Uniti applichino uno ius soli incondizionato non è un'invenzione recente: è l'eredità diretta della common law inglese, codificata nel celebre Calvin's Case del 1608, secondo cui chiunque nasca nei domini del sovrano è suddito per nascita. Sciolto il vincolo con la Corona, gli americani conservarono il principio territoriale, e lo costituzionalizzarono nel 1868 con la Citizenship Clause del XIV Emendamento: «All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens».
Le ragioni furono insieme storiche e pragmatiche. Una repubblica grande quanto un continente, popolata in pochi decenni da decine di milioni di immigrati europei, non poteva permettersi di proiettare lo statuto di straniero su una seconda generazione: avrebbe creato, in poche generazioni, una sotto-nazione di esclusi. Lo ius soli era, in questo senso, un dispositivo di assimilazione: prendeva il figlio di un irlandese, di un siciliano, di un polacco, e gli garantiva, alla nascita, l'uguaglianza piena.
Come l'Europa ha cambiato rotta
In Europa il movimento è andato in direzione opposta, e in alcuni Paesi ha proceduto con sorprendente rapidità. Il Regno Unito, patria storica del ius soli, lo ha abolito nella sua forma incondizionata con il British Nationality Act del 1981: oggi nasce cittadino britannico solo chi ha almeno un genitore cittadino o settled. L'Australia ha seguito nel 1986. L'Irlanda — ultima europea a conservare uno ius soli automatico — lo ha abbandonato con il referendum del 2004.
La Germania, all'opposto, è venuta da uno ius sanguinis rigidissimo, codificato nel Reichs- und Staatsangehörigkeitsgesetz del 1913 e rimasto in vigore quasi un secolo. Solo con la riforma del 2000 ha introdotto una forma di ius soli condizionato: nasce tedesco il figlio di genitori stranieri residenti regolarmente da almeno otto anni. La Francia, fedele al suo modello repubblicano, applica da tempo un sistema misto: double droit du sol per il figlio di un genitore a sua volta nato in Francia, e naturalizzazione quasi automatica a diciotto anni per chi sia nato e cresciuto sul territorio.
Il caso italiano e lo ius soli incompiuto
L'Italia, in questa cartografia, resta saldamente nel campo dello ius sanguinis. La legge 91 del 1992 — scritta in un momento in cui il Paese era ancora più terra di emigrazione che di immigrazione — riconosce la cittadinanza italiana al figlio di almeno un genitore italiano, ovunque nasca, e la nega a chi nasca sul suolo nazionale da genitori stranieri. Centinaia di migliaia di ragazzi nati e scolarizzati in Italia restano formalmente stranieri fino al compimento del diciottesimo anno, quando possono chiedere la cittadinanza entro un anno di tempo e a condizioni stringenti.
Da almeno tre legislature si discute di un'apertura: ius soli temperato, ius scholae, residenza qualificata. Ogni proposta arena. Il dibattito italiano riflette, in forma quasi caricaturale, la grande questione europea: se la nazione sia ancora una comunità di filiazione, o se sia divenuta — come accadde all'America fra Ottocento e Novecento — una comunità di destinazione. Negli Stati Uniti, intanto, il pendolo oscilla in senso inverso: l'executive order del 20 gennaio 2025 ha provato a restringere proprio quello ius soli incondizionato che del modello americano era stato la pietra angolare, scatenando un contenzioso costituzionale ancora aperto.
La domanda di fondo, però, resta quella di sempre, ed è la più antica del lessico politico: cosa rende un popolo. Il sangue trasmesso di padre in figlio, o il suolo che accoglie chi nasce su di esso. La risposta degli Stati Uniti, da centocinquantotto anni, è stata la seconda: il suolo. È un esperimento che ha funzionato meglio di qualsiasi altro modello di integrazione di massa nella storia moderna. Ed è esattamente per questo che, nel 2026, vederlo discusso fin dentro la Casa Bianca costituisce una delle notizie più rilevanti che la cittadinanza americana abbia prodotto da almeno un secolo.