Numero 01 — Primavera 2026 cittadinanza.net

Cittadinanza

La rivista italiana della cittadinanza americana

Indice Sezione I — Fondamenta Capitolo 01

Capitolo I · Fondamenta

La nascita della cittadinanza americana

Dalle tredici colonie alla Costituzione del 1787, una breve storia di come un popolo di sudditi del re d'Inghilterra inventò, in pochi decenni, la prima cittadinanza moderna fondata sul consenso.

Howard Chandler Christy, «Scene alla firma della Costituzione degli Stati Uniti», dipinto del 1940 conservato al Campidoglio di Washington.
Scene alla firma della Costituzione, Howard Chandler Christy, 1940 — U.S. Capitol. Wikimedia Commons

Quando, il 17 settembre 1787, trentanove delegati firmarono nella sala est dell'Independence Hall di Filadelfia il testo della nuova Costituzione, nessuno di loro avrebbe usato volentieri la parola «cittadino» per definirsi. Erano stati, fino a pochi anni prima, sudditi del re Giorgio III. E la categoria stessa di cittadino — nel senso che la modernità avrebbe imparato a darle — era ancora, nel mondo atlantico, una nozione greca e romana, riemersa da poco grazie ai philosophes francesi, e mai sperimentata in una repubblica delle dimensioni di un continente.

Eppure quel documento, di poco più di quattromila parole, fondò una delle invenzioni politiche più radicali dell'epoca moderna: un patto fra individui liberi, sciolti dal vincolo di sangue con un sovrano, riuniti per consenso intorno a una legge scritta. Da quel patto sarebbe nata, nei due secoli successivi, la cittadinanza americana — un'idea che oggi diamo per scontata e che, allora, non esisteva da nessuna parte.

Da sudditi a cittadini

Per capire la portata del cambiamento occorre tornare indietro di qualche generazione. Le tredici colonie britanniche del Nord America, fondate fra l'inizio del Seicento e la metà del Settecento, erano abitate da «subjects» — sudditi della Corona. Lo erano per nascita, secondo il principio inglese del jus soli codificato da Sir Edward Coke nel famoso Calvin's Case del 1608: chi nasce nei domini del re ne è suddito per sempre, in virtù di un legame personale, perpetuo e indissolubile.

Era un vincolo verticale, gerarchico e teologico, non un'appartenenza a una comunità di pari. Lo si poteva ereditare, non scegliere. Era, in altre parole, l'esatto opposto della cittadinanza che gli americani avrebbero rivendicato nella Dichiarazione d'Indipendenza del 4 luglio 1776.

Quella Dichiarazione, redatta da Thomas Jefferson, contiene una formula spesso citata e raramente compresa: i sottoscrittori affermano che «tutti gli uomini sono creati uguali» e che i governi traggono «i loro giusti poteri dal consenso dei governati». In una sola frase, l'intera architettura medievale della sudditanza veniva ribaltata. Il legame politico non scendeva più dall'alto verso il basso, dal sovrano verso i suoi soggetti: saliva dal basso, dal popolo, e si ritirava — almeno in teoria — non appena quel consenso veniva meno.

Da quel patto sarebbe nata un'idea che oggi diamo per scontata e che, allora, non esisteva da nessuna parte.

La Confederazione e il vuoto del 1781

Tra il 1776 e il 1787, però, gli Stati Uniti non erano ancora uno Stato. Erano una confederazione di tredici repubbliche sovrane, tenute insieme dagli Articoli di Confederazione ratificati nel 1781. La cittadinanza, in quel sistema, era affare di ciascuno Stato: si era cittadini della Virginia, del Massachusetts, della Pennsylvania, e solo di riflesso «cittadini degli Stati Uniti».

Gli Articoli contenevano una norma importante — la cosiddetta comity clause, l'articolo IV — che garantiva ai cittadini di ciascuno Stato «tutti i privilegi e le immunità dei cittadini liberi» negli altri Stati. Era un modo per non costruire frontiere interne fra Virginia e New York. Ma il sistema lasciava aperta una domanda imbarazzante: chi era, propriamente, americano? E secondo quali regole un nuovo arrivato — un irlandese, un francese, un tedesco renano — poteva diventarlo?

La risposta, fino al 1787, fu disordinata. Ogni Stato aveva i propri requisiti, i propri tempi di residenza, le proprie procedure. Un naturalizzato del Maryland, varcata la Susquehanna, non era detto fosse riconosciuto come tale in Pennsylvania. Era una situazione che gli artefici della nuova Costituzione — soprattutto James Madison e Alexander Hamilton — giudicavano insostenibile, e che decisero di sanare.

Filadelfia, 1787: la cittadinanza implicita

Il testo che uscì dalla Convenzione di Filadelfia non offrì una definizione esplicita di «cittadino degli Stati Uniti». Sembra un'omissione clamorosa: in realtà fu una scelta. Madison e i suoi colleghi preferirono lasciare la sostanza della cittadinanza alle pratiche già consolidate — di fatto, agli Stati — e regolare invece i punti su cui l'unione federale aveva bisogno di una voce sola.

La Costituzione menziona dunque i «cittadini» in passaggi precisi: per stabilire i requisiti dei deputati (Articolo I), dei senatori e del presidente (Articolo II — che richiede di essere natural-born citizen, una formula destinata a innumerevoli dispute), e per estendere la giurisdizione federale alle controversie fra cittadini di Stati diversi (Articolo III). Ma soprattutto, all'Articolo I, sezione 8, clausola 4, attribuisce al Congresso il potere di stabilire «an uniform Rule of Naturalization» — una regola uniforme di naturalizzazione su tutto il territorio dell'Unione.

È in quella clausola, breve e poco vistosa, che nasce concretamente la cittadinanza americana come categoria federale. Sarà esercitata pochi mesi dopo, nel marzo 1790, con il primo Naturalization Act: la prima legge che disse, in modo nazionale, chi poteva diventare americano. Anche quella legge, come vedremo nel prossimo capitolo, escluse — con un aggettivo soltanto — la maggior parte del genere umano.

Da ricordare La Costituzione del 1787 non definisce chi è cittadino degli Stati Uniti: si limita a presupporlo. Sarà il XIV Emendamento, nel 1868, a colmare quella lacuna con la celebre Citizenship Clause.

Un'invenzione, non un'eredità

Quel che colpisce, riletta oggi, è la consapevolezza con cui i Padri Costituenti maneggiarono una materia per la quale non avevano modelli. La cittadinanza romana, che pure conoscevano benissimo dai loro studi classici, era cosa diversa: un privilegio espandibile per concessione, non un diritto fondato sul consenso. La citoyenneté francese, proclamata pochi anni dopo (1789, 1791, 1793), nascerà sul terreno opposto, quello dell'astrazione rivoluzionaria e dell'unità nazionale.

L'America, nel mezzo, scelse una via terza, pragmatica e gradualistica: un guscio federale di poche regole, una sostanza locale, una promessa di apertura. Una promessa che, nei tre secoli successivi, sarebbe stata mantenuta a fatica, contraddetta da leggi razziali, dilatata da emendamenti, ridiscussa fin dentro le sentenze più recenti della Corte Suprema. Ma che parte, indiscutibilmente, da quel pomeriggio settembrino del 1787, e da una clausola di sette parole sul potere di «stabilire una regola uniforme di naturalizzazione».

Capitolo I di XV · Pubblicato da Cittadinanza.net