La naturalizzazione, oggi
Modulo N-400, sei domande su dieci, il giuramento davanti a una bandiera: nel 2026 diventare americani è una procedura precisa, costosa e — per circa novecentomila persone ogni anno — la conclusione di un percorso lungo almeno cinque anni.
L'atto finale, ogni anno per circa novecentomila persone, si consuma in mezz'ora scarsa, davanti a un giudice federale o a un funzionario dello United States Citizenship and Immigration Services: una bandiera, una formula in inglese arcaico, una stretta di mano, una piccola busta di plastica contenente il certificato di cittadinanza. Quella mezz'ora è, in realtà, il punto di arrivo di un percorso che dura in media non meno di cinque anni e che si articola in quattro tappe ben distinte: il prerequisito del green card, la presentazione del modulo N-400, l'esame civico-linguistico e il giuramento. Vale la pena percorrerle in ordine.
Il prerequisito: cinque anni con il green card
Prima ancora di potersi candidare, il futuro cittadino deve essere stato per anni un lawful permanent resident — titolare, cioè, di una green card. La regola generale è quella dei cinque anni di residenza continuativa, ridotti a tre per chi sia coniuge di cittadino statunitense e abbia con quel coniuge una convivenza dimostrabile. Accanto al requisito temporale opera un secondo criterio, più tecnico: la physical presence. Non basta possedere lo status di residente; occorre essere stati effettivamente sul suolo americano per almeno trenta dei sessanta mesi precedenti la domanda, e non essersi assentati per più di sei mesi consecutivi senza giustificazioni qualificate.
A questi due requisiti se ne aggiungono altri di natura sostanziale. Il candidato deve avere compiuto i diciotto anni di età, mantenere un good moral character — formula tecnica che la legge declina, in negativo, attraverso l'elenco dei reati ostativi e degli atti che impediscono la naturalizzazione, dal traffico di stupefacenti alle false dichiarazioni in materia di immigrazione — e accettare i principi della Costituzione. È un filtro che, applicato senza zelo eccessivo ma con metodo, esclude in via preliminare una minoranza dei richiedenti.
Modulo N-400 e biometria
Soddisfatti i prerequisiti, il cuore della procedura è il Form N-400, Application for Naturalization: venti pagine fitte di domande sulla biografia del richiedente, sui suoi viaggi degli ultimi cinque anni, sull'impiego, sulla famiglia, sulle eventuali iscrizioni a partiti politici o organizzazioni considerate ostili. Le risposte sono rese sotto giuramento; ogni inesattezza, se rilevata, può determinare il diniego e, in casi gravi, l'apertura di un procedimento di revoca.
Il modulo si presenta oggi quasi esclusivamente per via telematica, attraverso il portale dello USCIS, con il pagamento contestuale dei diritti — circa settecentosessanta dollari complessivi nella tariffa in vigore nel 2026, comprensivi dei costi di rilevazione biometrica. Le impronte digitali, la fotografia segnaletica e la firma vengono raccolte in un secondo momento, nel biometric appointment, presso uno degli application support centers distribuiti sul territorio. Da quel momento si apre l'attesa per la convocazione all'intervista, che nel 2026 oscilla tra i sei e i dodici mesi a seconda dell'USCIS field office competente.
L'esame civico e linguistico
L'intervista è il momento più temuto, e in realtà il meno minaccioso, dell'intera procedura. Si svolge in un ufficio federale, di norma alla presenza di un solo funzionario, e si compone di tre prove. La prima è quasi invisibile: il language test orale, ricavato di fatto dal colloquio stesso, durante il quale l'officer verifica che il candidato comprenda e parli l'inglese a un livello sufficiente per la vita quotidiana.
La seconda è il reading and writing test: una frase letta ad alta voce — di solito una semplice constatazione sulla storia degli Stati Uniti — e una frase scritta sotto dettatura, scelta da un repertorio noto e pubblicato. La terza è il civics test, l'esame civico vero e proprio. Il candidato studia un repertorio ufficiale di cento domande sulle istituzioni, la geografia e la storia degli Stati Uniti — dalle tre branche del governo federale al numero degli emendamenti, dai nomi dei senatori dello Stato di residenza al significato della Bill of Rights; durante l'intervista il funzionario gliene pone dieci, e la prova è superata con sei risposte corrette.
L'intera intervista, comprese le tre prove, raramente supera i venti minuti. Al termine il funzionario può comunicare immediatamente l'esito, oppure riservarsi una decisione scritta, che arriva di norma nel giro di poche settimane. In caso di esito positivo, al candidato viene notificata la data della cerimonia.
Il giuramento e la cerimonia
La cerimonia, presieduta da un giudice federale o da un funzionario delegato, costituisce sul piano giuridico l'atto perfezionativo: la cittadinanza si acquista lì, non con la lettera che la annuncia. Al centro si recita l'Oath of Allegiance, una formula in inglese seicentesco che impegna a sostenere e difendere la Costituzione contro «all enemies, foreign and domestic», a rinunciare ad ogni precedente «allegiance and fidelity» verso «any foreign prince, potentate, state, or sovereignty», e a prestare servizio, se richiesto, nelle forze armate. La rinuncia formale agli altri legami politici è, dal punto di vista del diritto americano, una clausola del giuramento. Dal punto di vista dei diritti degli altri ordinamenti, è solo una dichiarazione resa davanti a un'autorità straniera, e non comporta — in particolare per i cittadini italiani — la perdita della cittadinanza d'origine. La questione della doppia nationality trova, in quel piccolo asimmetrico spazio, la propria sede pratica.
Il rito si conclude con la consegna del Certificate of Naturalization, documento da custodire con la stessa cura del passaporto, e con un'esibizione di simboli che, all'osservatore europeo, può sembrare retorica: il Pledge of Allegiance alla bandiera, l'inno nazionale, talvolta un messaggio video del presidente in carica. Negli ultimi anni, lo USCIS ha cominciato a celebrare le cerimonie in luoghi simbolici — Ellis Island, Monticello, il Grand Canyon, il National Archives di Washington — sottolineando con la geografia il valore civile del passaggio.
I numeri della naturalizzazione contemporanea, oscillanti negli ultimi anni fra le ottocentomila e il milione di nuovi cittadini annui, raccontano un paese ancora capace di trasformare la propria popolazione su scala storica. I primi paesi di provenienza sono, nell'ordine, Messico, India, Filippine, Cina, Cuba e Repubblica Dominicana.