Cittadinanza per discendenza
Per i figli degli americani nati all'estero l'America applica una versione, attenuata e tecnica, di ius sanguinis. Le regole sono complesse, cambiano con gli anni di nascita, e una sentenza del 2017 ne ha riscritto la grammatica di genere.
Vi è un'apparente contraddizione, nella cittadinanza americana, che disorienta spesso l'osservatore europeo. Il paese che ha eretto lo ius soli a colonna del proprio diritto costituzionale — la Citizenship Clause del XIV Emendamento riconosce automaticamente la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio degli Stati Uniti — sa anche essere parsimonioso, fin quasi all'avarizia, quando si tratta di trasmettere la cittadinanza per via di sangue. Non esiste, nell'ordinamento americano, una cittadinanza per bisnonno; non esiste neppure, in molti casi, una cittadinanza per nonno. La discendenza opera, ma in forma tecnica, condizionata, e con un orizzonte rigorosamente limitato alla prima generazione che si stacca dal suolo americano.
Acquisition vs derivative: due strade
La disciplina, raccolta nell'Immigration and Nationality Act (INA) del 1952 e successive modifiche, distingue innanzitutto due fattispecie strutturalmente diverse, che la pratica anglosassone tiene accuratamente separate. La prima è la cosiddetta acquisition at birth: la cittadinanza si acquisisce automaticamente al momento stesso della nascita, in virtù della cittadinanza di uno o di entrambi i genitori, anche se il parto avviene all'estero. La disciplina è contenuta nelle sezioni 301 e 309 dell'INA.
La seconda è la derivative citizenship: la cittadinanza viene acquisita successivamente, durante la minore età, quando un genitore — già lawful permanent resident — si naturalizza. Il figlio minore che vive negli Stati Uniti con quel genitore diventa cittadino automaticamente, senza presentare alcuna domanda, in virtù della sezione 320 dell'INA, profondamente riscritta dal Child Citizenship Act del 2000. È un meccanismo silenzioso: il certificato si chiede in seguito, ma lo status opera ex lege dal giorno della naturalizzazione del genitore.
Le regole della 'physical presence'
Il cuore tecnico della acquisition sta nelle soglie di presenza fisica del genitore cittadino statunitense. La logica del legislatore è semplice: trasmettere la cittadinanza a chi non è mai stato in America richiede, almeno, che il genitore vi abbia vissuto a lungo. Quel «lungo» varia secondo la composizione della famiglia.
Quando entrambi i genitori sono cittadini statunitensi e sposati, è sufficiente che almeno uno dei due abbia avuto, in qualunque momento prima della nascita del figlio, una residence negli Stati Uniti o nei suoi territori. Non è prevista alcuna durata minima: una settimana in pratica può bastare, purché ne resti documentazione. Più severa è la regola quando i genitori sono uno cittadino e uno straniero. In questa ipotesi il genitore americano deve avere fisicamente vissuto negli Stati Uniti per un periodo cumulativo di almeno cinque anni, dei quali almeno due dopo aver compiuto i quattordici anni di età.
Quei numeri — cinque e due — non sono sempre stati gli stessi. La soglia odierna è il prodotto dell'Immigration and Nationality Technical Corrections Act del 1994, che ha alleggerito un regime precedente molto più severo: fino a quell'anno la regola era di dieci anni totali, dei quali cinque dopo i quattordici. Le date di nascita anteriori al 1986, al 1952 o ancora al 1934 ricadono sotto discipline progressivamente diverse, sicché un buon consulente in materia di nationality law ragiona sempre con la legge vigente al giorno della nascita del cittadino in questione, non con quella attuale.
Morales-Santana: la sentenza che livellò il genere
Le sezioni dell'INA dedicate ai figli nati out of wedlock, fuori dal matrimonio, hanno per decenni applicato regole asimmetriche fra madre e padre. La sezione 309(c) consentiva alla madre americana di trasmettere la cittadinanza al figlio nato all'estero da padre straniero a condizioni clementi — un anno solo di presenza fisica anteriore alla nascita. La sezione 309(a), invece, richiedeva al padre americano di un figlio fuori dal matrimonio gli stessi cinque o dieci anni della disciplina ordinaria, e in più un riconoscimento di paternità formale entro il diciottesimo anno.
Quella disparità è entrata in crisi nel 2017, davanti alla Corte Suprema, nel caso Sessions v. Morales-Santana. La giudice Ruth Bader Ginsburg, scrivendo per la maggioranza, ha dichiarato la disposizione incostituzionale: distinguere fra padre e madre, in materia di trasmissione della nationality, viola la Equal Protection Clause. La parte sorprendente, e sotto il profilo politico controversa, è stata il rimedio: anziché estendere la regola più favorevole alle figure paterne, la Corte ha «livellato verso l'alto», applicando a tutti — madri comprese — il regime più severo. È, dal 2017, una storia di parità ottenuta al ribasso.
Perché l'America non è l'Italia
Il documento amministrativo che chiude la vicenda, all'atto pratico, è il Consular Report of Birth Abroad (CRBA), rilasciato dall'ambasciata o dal consolato statunitense competente per il luogo di nascita: vi vengono attestate sia la nascita sia, sulla base della documentazione presentata dai genitori, l'acquisizione automatica della cittadinanza. Il CRBA equivale, a tutti gli effetti, a un atto di nascita americano e abilita all'immediato rilascio del passaporto.
Ciò che colpisce, riletto in chiave comparata, è il contrasto con la disciplina italiana, che lo ius sanguinis coltiva come una vera vocazione: la cittadinanza si trasmette in linea retta senza limiti generazionali, fino al trisavolo, purché la catena non sia stata interrotta da una rinuncia formale. È la ragione per cui milioni di discendenti di emigrati italiani in Argentina, Brasile o Stati Uniti possono, ancora oggi, rivendicare il passaporto italiano. L'America, viceversa, considera la propria cittadinanza un'appartenenza che vive di pratica, non solo di sangue: se i genitori americani non hanno mai vissuto a lungo nel paese, il figlio nato all'estero rischia di non riceverla. Il filo dello ius sanguinis non si srotola indefinitamente sulle generazioni, ma si interrompe — di solito — alla prima che ha perso il contatto fisico con il suolo americano. La cittadinanza per discendenza, negli Stati Uniti, è un beneficio che si esercita una volta, non un patrimonio che si trasmette per inerzia familiare.