Il Naturalization Act del 1790
Il 26 marzo 1790 il primo Congresso approva la prima legge americana sulla naturalizzazione. Bastano tre parole — «free white person» — per disegnare per oltre un secolo il perimetro razziale della cittadinanza americana.
Il primo Congresso degli Stati Uniti si riunì a New York nella primavera del 1789 con un'agenda imponente: bisognava dare corpo a una Costituzione che, come si è visto nel capitolo precedente, taceva su quasi tutto ciò che riguardava la cittadinanza. Tra le prime leggi approvate nella seconda sessione, datata 26 marzo 1790, vi è un testo di poco più di trecento parole, firmato dal presidente George Washington e intitolato An Act to establish an uniform Rule of Naturalization. È in quella pagina sottile, oggi quasi dimenticata fuori dai manuali, che la giovane repubblica decise per la prima volta chi potesse aspirare a chiamarsi americano.
La legge era figlia diretta dell'articolo I, sezione 8, clausola 4 della Costituzione, che attribuiva al Congresso il compito di dettare una regola uniforme. I deputati federalisti, capeggiati da James Madison alla Camera, vollero sostituire il mosaico statale ereditato dagli Articoli di Confederazione con una procedura semplice, identica da Boston a Savannah. La sostanza pratica era ridotta all'osso: due anni di residenza negli Stati Uniti, una domanda davanti a qualunque court of common law, un giuramento di sostenere la Costituzione, una prova generica di «good character». Bastava questo per essere ammessi al rango di cittadino — purché, naturalmente, si rientrasse nella categoria che la legge aveva ritagliato in apertura.
Una legge breve, una clausola decisiva
La frase chiave dell'Act è una sola, e la storiografia novecentesca l'ha smontata parola per parola: «any alien being a free white person, who shall have resided within the limits and under the jurisdiction of the United States for the term of two years, may be admitted to become a citizen thereof». L'espressione free white person — straniero libero e bianco — non era un'incrostazione retorica. Era la condizione preliminare, il filtro che precedeva tutti gli altri. Senza quella qualifica, nessuna residenza decennale, nessun giuramento, nessuna virtù personale avrebbe aperto le porte alla naturalizzazione federale.
Era una scelta, non un'eredità inevitabile. La Costituzione, almeno nella lettera, non imponeva un criterio razziale: i Padri Costituenti avevano lasciato al Congresso la più ampia discrezionalità. Il Congresso, nel suo primo atto in materia, decise di stringere quella discrezionalità intorno a un criterio epidermico. Furono esclusi così, in un colpo solo, gli schiavi e i liberti afroamericani, i nativi delle nazioni indiane (considerati membri di sovranità separate), gli abitanti delle Indie Orientali e Occidentali, e ogni persona di origine asiatica che nei decenni successivi avrebbe tentato di stabilirsi sul suolo americano.
La legge si occupava poi del nucleo familiare con una sobrietà patriarcale tipica del Settecento: i figli minori del padre naturalizzato ricevevano automaticamente la cittadinanza, mentre le donne — non menzionate esplicitamente — l'acquisivano in modo derivato attraverso il marito, secondo la dottrina del coverture. Era una cittadinanza pensata per capifamiglia, e proprio per questo capace di moltiplicarsi rapidamente lungo le linee di sangue europee.
Cosa significava «free white person»
Il significato dell'aggettivo white sembra oggi trasparente; era, nel 1790, già abbastanza opaco da generare conflitti interpretativi che la giurisprudenza avrebbe attraversato per centocinquant'anni. Le corti federali furono chiamate a stabilire, caso per caso, se un siriano cristiano, un armeno, un giapponese, un indiano del Punjab rientrasse o meno nella categoria. Le sentenze più note — Ozawa v. United States del 1922 e United States v. Bhagat Singh Thind del 1923 — useranno argomenti antropologici diversi e perfino contraddittori per giungere alla stessa conclusione di esclusione.
Lo storico Rogers Smith, nel suo magistrale Civic Ideals del 1997, ha mostrato come quella formula non fosse un residuo di idee illuministe sopravvissute per inerzia, ma il prodotto consapevole di una visione ascritta della cittadinanza, alternativa e parallela al filone liberale del consenso. Accanto alla repubblica dei pari, sosteneva Smith, c'era sempre stata una repubblica dei somiglianti: e fu quest'ultima a vincere, nel marzo 1790, la prima battaglia legislativa.
Le revisioni e gli Alien Acts
La legge non rimase a lungo immutata. Nel 1795 il Congresso approvò un nuovo Naturalization Act che innalzava la residenza richiesta a cinque anni, imponeva una preventiva «dichiarazione d'intento» da depositare almeno tre anni prima della domanda, e — segno dei tempi rivoluzionari europei — obbligava il candidato a rinunciare a ogni titolo nobiliare. Era il primo segnale che la cittadinanza americana, oltre alla razza, si lasciava definire anche da un'idea di eguaglianza civile incompatibile con i blasoni del Vecchio Mondo.
Tre anni più tardi, durante la presidenza federalista di John Adams, il clima di guerra non dichiarata con la Francia rivoluzionaria portò agli Alien and Sedition Acts del 1798. La parte sulla naturalizzazione, in particolare, fu un colpo brusco: la residenza minima venne portata a quattordici anni, una soglia pensata per allontanare nel tempo i nuovi elettori — di simpatie generalmente jeffersoniane — dalle urne. Fu una misura di breve fortuna. L'amministrazione di Thomas Jefferson, insediatasi nel 1801, fece tornare il termine a cinque anni con il Naturalization Act del 1802, che diventerà il quadro di riferimento per oltre un secolo. La clausola razziale, invece, non fu toccata.
L'eredità: un secolo e mezzo di esclusione
Il dato più impressionante, riletto a posteriori, è la longevità della formula del 1790. Le tre parole free white person sopravvissero indenni alla Guerra Civile, al XIV Emendamento del 1868 — che pure introdusse, per via costituzionale, la cittadinanza per nascita — e perfino alla legislazione sull'immigrazione della prima metà del Novecento. Furono cancellate dalla legge federale solo nel 1952, con l'Immigration and Nationality Act, noto come McCarran-Walter, che pose fine a centosessantadue anni di esclusione razziale esplicita dalla naturalizzazione.
Il primo capitolo della cittadinanza federale, dunque, si scrive a tinte chiaroscurali. Da un lato, un'invenzione amministrativa di rara modernità: regole uniformi, tempi rapidi, procedure pubbliche. Dall'altro, una porta sbarrata in faccia alla maggior parte del genere umano. È il paradosso che il successivo capitolo costituzionale — il XIV Emendamento — tenterà, almeno in parte, di risolvere.