Birthright citizenship, oggi
Il 20 gennaio 2025 un executive order del Presidente Trump prova a restringere lo ius soli americano. Tribunali federali sospendono il provvedimento. La Corte Suprema si pronuncia. La battaglia sul XIV Emendamento è solo cominciata.
Per centoventotto anni il principio è apparso intoccabile. Dal 1898, anno in cui la Corte Suprema decise United States v. Wong Kim Ark, lo ius soli americano non è stato più una dottrina ottocentesca: è stato una certezza costituzionale, scritta nella prima frase del XIV Emendamento. Il 20 gennaio 2025, primo giorno del secondo mandato di Donald Trump, quella certezza è stata messa in discussione per la prima volta dall'esecutivo federale con un atto di portata mai vista.
L'atto si chiama Executive Order 14160, ed è intitolato «Protecting the Meaning and Value of American Citizenship». In poche pagine, il decreto ordina alle agenzie federali — Department of State, Social Security Administration, USCIS, ICE — di non riconoscere come cittadini statunitensi i bambini nati sul suolo americano dal 20 febbraio 2025 se la madre è illegalmente presente nel Paese, o presente con visto temporaneo, e il padre non è a sua volta cittadino o lawful permanent resident.
Il decreto del 20 gennaio 2025
La novità del provvedimento è di metodo prima ancora che di merito: per la prima volta un'amministrazione tenta di restringere lo ius soli non con un emendamento, non con una legge del Congresso, ma con un'istruzione esecutiva sulla lettura della Costituzione stessa. Il bersaglio è la frase più studiata della Citizenship Clause: «subject to the jurisdiction thereof». L'amministrazione sostiene che chi si trova negli Stati Uniti irregolarmente non è pienamente subject to the jurisdiction della Repubblica, e che i suoi figli non rientrano dunque nella clausola.
È un'argomentazione minoritaria nella dottrina costituzionale. La sostengono pochi studiosi conservatori, fra cui Edward Erler e John Eastman; le si oppone la quasi totalità dei costituzionalisti e una giurisprudenza ininterrotta dal 1898. È però una tesi coltivata da decenni nei think tank della destra americana, che il decreto trasforma per la prima volta in atto di governo.
Le ingiunzioni e il caso Trump v. CASA
La reazione fu immediata. Lo Stato di Washington presentò il proprio ricorso il 21 gennaio. Seguirono Oregon, Arizona, Illinois, oltre all'ACLU e a una dozzina di organizzazioni per i diritti civili. Nel giro di poche settimane quattro corti distrettuali federali — Seattle, Greenbelt, Concord, Boston — emisero altrettante nationwide preliminary injunctions, sospendendo l'efficacia del decreto sull'intero territorio degli Stati Uniti.
L'amministrazione presentò un ricorso d'urgenza alla Corte Suprema, sostenendo non tanto la legittimità del decreto nel merito quanto l'eccessiva estensione delle universal injunctions. La Corte si pronunciò fra il maggio e il giugno 2025 nel caso noto come Trump v. CASA: limitò la portata delle ingiunzioni nazionali, ma non si pronunciò sul cuore della questione, ossia sulla costituzionalità del decreto. Il merito è stato rinviato al 2026, e attende oggi una decisione che, qualunque sarà il suo contenuto, è destinata a riscrivere uno dei capitoli centrali del diritto pubblico americano.
Cosa dice davvero la «jurisdiction»
Il nodo costituzionale è tutto in tre parole. Il XIV Emendamento, ratificato nel 1868, recita: «All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside». L'inciso «subject to the jurisdiction thereof» fu inserito, all'epoca, per escludere dalla cittadinanza per nascita tre categorie ben individuabili: i figli di diplomatici stranieri, i figli di forze armate ostili occupanti, e — fino al 1924 — i bambini delle tribù indiane sovrane non integrate.
La sentenza Wong Kim Ark del 1898 — relatore il giudice Horace Gray — chiarì la questione in maniera che parve definitiva: Wong Kim Ark era nato a San Francisco nel 1873 da genitori cinesi che non avrebbero potuto naturalizzarsi a causa del Chinese Exclusion Act. Al ritorno da un viaggio in Asia gli fu negato l'ingresso. La Corte stabilì, sei a due, che era cittadino per nascita: la frase «subject to the jurisdiction» significa, semplicemente, soggetto alle leggi degli Stati Uniti, e tale è chiunque non goda di immunità diplomatica.
La sentenza Plyler v. Doe del 1982 fissò un corollario importante: anche i figli di immigrati non documentati godono dell'Equal Protection garantita dal XIV Emendamento, e dunque hanno diritto all'istruzione pubblica gratuita. La Corte assunse, implicitamente ma chiaramente, che essi siano persone subject to the jurisdiction: altrimenti non avrebbero potuto invocare la clausola.
Un futuro in mano alla Corte
Le cifre in gioco sono enormi. Nel 2022 nacquero negli Stati Uniti, secondo il Migration Policy Institute, fra i duecentocinquantamila e i trecentomila bambini da madri non documentate. Più di cinque milioni di US-citizen children, oggi minorenni, vivono con almeno un genitore non documentato. Se il decreto diventasse efficace, gli Stati Uniti creerebbero — per la prima volta dal 1868 — una categoria stabile di apolidi nati sul proprio suolo.
Per centoventotto anni lo ius soli incondizionato è stato il dispositivo con cui l'America ha trasformato decine di milioni di figli di immigrati in concittadini di prima generazione, senza distinguere fra il regolare e l'irregolare, fra l'europeo e l'asiatico. Il decreto del 2025 propone di sostituire quel principio uniforme con una serie di sottocategorie che dipenderanno dallo statuto migratorio dei genitori al momento del parto.
Resta una considerazione di metodo: la Corte Suprema attuale è la più conservatrice degli ultimi novant'anni, e tre dei suoi nove membri sono stati nominati da Donald Trump. Ma è una Corte che, in materia di cittadinanza, ha quasi sempre scelto la prudenza — da Schneiderman a Maslenjak, da Afroyim a Wong Kim Ark — e dovrebbe ora decidere se ribaltare un precedente di centoventotto anni. Per la prima volta dal 1898, il principio del birthright non è più una certezza giudiziaria: è una variabile politica. E il modo in cui la Corte la risolverà racconterà, più di qualunque elezione, quale idea di nazione gli Stati Uniti hanno deciso di portarsi nel terzo secolo della loro storia.