Numero 01 — Primavera 2026 cittadinanza.net

Cittadinanza

La rivista italiana della cittadinanza americana

Indice Sezione V — Perdere la cittadinanza Capitolo 13

Capitolo XIII · Perdere la cittadinanza

Denaturalizzazione

La cittadinanza concessa può essere revocata: ma solo per frode, e solo davanti a un giudice federale. Da Schneiderman a Operation Janus, una storia di prudenza giurisprudenziale e improvvisi risvegli amministrativi.

La Corte Suprema degli Stati Uniti, composizione Roberts Court, 2020.
La Corte Suprema degli Stati Uniti — composizione 2020. Wikimedia Commons

Esiste un confine, nel diritto americano della cittadinanza, che è insieme di principio e di asimmetria: il cittadino nato sul suolo degli Stati Uniti non può, salvo casi residuali, essere privato del proprio status; il cittadino naturalizzato sì. La procedura si chiama denaturalization, ed è stata per quasi un secolo applicata con una parsimonia che riflette la diffidenza dei giudici per uno strumento dagli effetti, come scrisse Frank Murphy, equivalenti alla «perdita di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

La base normativa è la sezione 340 dell'Immigration and Nationality Act. Vi sono due strade. La prima è la frode: avere ottenuto la naturalizzazione mediante concealment of a material fact o willful misrepresentation. La seconda è l'illegal procurement: aver ottenuto la cittadinanza senza possedere un requisito di legge — la residenza, la good moral character, l'assenza di precedenti ostativi. In entrambi i casi serve un'azione civile davanti a una corte federale: non basta un atto amministrativo dell'USCIS.

Cosa significa denaturalizzare

La distinzione fra denaturalizzazione e rinuncia volontaria è capitale. Quest'ultima è un atto del cittadino, irreversibile e personale. La prima è un'azione dello Stato, contenziosa per definizione, e suppone che la cittadinanza non sia mai stata, propriamente, acquisita: la sentenza che la revoca, in linguaggio tecnico, la dichiara nulla ab initio, come se il certificato di naturalizzazione non fosse mai stato firmato. Da qui l'effetto a cascata sul coniuge, sui figli, sui benefici previdenziali, sulla cancellazione di diritti decennali.

Proprio per la durezza del rimedio, la giurisprudenza federale ha eretto attorno alla denaturalizzazione il più alto degli standard probatori conosciuti dal diritto civile americano: la prova deve essere clear, unequivocal, and convincing. Non è la semplice preponderanza dell'evidenza richiesta nelle controversie ordinarie, e non basta che il governo dimostri la plausibilità della propria tesi: deve dimostrarla, dice la Corte Suprema, «in modo che non lasci margine di sostanziale dubbio».

Schneiderman e l'argine della Corte Suprema

Il principio fu enunciato per la prima volta in Schneiderman v. United States, sentenza del 1943. William Schneiderman, ucraino di nascita, era dirigente del Partito Comunista americano. Il governo Roosevelt aveva avviato un'azione per revocargli la cittadinanza naturalizzata, sostenendo che al momento del giuramento egli non potesse autenticamente professare attachment to the principles of the Constitution. La Corte, con sentenza redatta dal giudice Frank Murphy, respinse l'azione, e con essa l'idea di una denaturalizzazione politica.

Fu un caso fondativo. Schneiderman insegnò ai tribunali federali a guardare con estrema cautela ogni tentativo di trasformare la denaturalizzazione in arma di repressione ideologica. Sarebbe stato un esercizio difficile negli anni successivi, quelli del Red Scare: la sentenza Costello v. United States del 1961 e altre confermarono però che il rigore probatorio teneva. Lo Stato poteva togliere la cittadinanza al criminale che aveva mentito, non al cittadino che pensava cose sgradite.

Demjanjuk, Maslenjak e la regola della materialità

Una seconda stagione si aprì negli anni Settanta, quando il Department of Justice istituì l'Office of Special Investigations: un nucleo specializzato nella ricerca di criminali di guerra nazisti entrati negli Stati Uniti nel dopoguerra mentendo sui propri trascorsi. Furono gli anni delle cause contro Feodor Fedorenko, contro John Demjanjuk — il guardiano di Treblinka identificato nell'Ohio — e contro decine di ex ausiliari delle SS che avevano declinato, nei moduli di sbarco, identità di profughi.

In quel contesto la Corte Suprema affinò, con la sentenza Kungys v. United States del 1988, il criterio della materiality: non ogni falsa dichiarazione giustifica la denaturalizzazione, ma solo quella che, se conosciuta dall'autorità, avrebbe verosimilmente alterato la decisione di concedere la cittadinanza. È una soglia che la giurisprudenza ha continuato a precisare, fino al passaggio cruciale di Maslenjak v. United States, sentenza unanime dell'aprile 2017 redatta da Elena Kagan.

In Maslenjak la Corte stabilì un principio destinato a contenere ogni futura espansione della denaturalizzazione: la falsità deve essere causally connected alla concessione della cittadinanza. Una bugia su un particolare biografico irrilevante — un fidanzato non dichiarato, una multa per eccesso di velocità dimenticata — non può, da sola, giustificare la revoca. La sentenza, scritta in linguaggio insolitamente piano, salvò un'architettura sostanziale: la denaturalizzazione resta un rimedio per chi inganna lo Stato su ciò che conta, non per chi commette omissioni minori.

La cittadinanza si toglie a chi mente per averla, non a chi delude chi gliel'ha data.

Operation Janus e la nuova stagione

Per cinquant'anni la denaturalizzazione era stata, in pratica, un istituto di nicchia: una manciata di casi all'anno, quasi tutti riconducibili a crimini contro l'umanità o a frodi documentali macroscopiche. La svolta arrivò nel 2018, con l'annuncio dell'Operation Janus: l'USCIS rese noto di aver identificato circa trecentoquindicimila fascicoli di naturalizzazione conservati negli archivi cartacei senza le impronte digitali corrispondenti, e dunque potenzialmente intestati a persone che avrebbero dovuto essere espulse o che si erano presentate con identità diverse.

Da quell'inventario nacque, all'interno della Civil Division del Department of Justice, una nuova denaturalization section, incardinata nell'Office of Immigration Litigation. Il volume dei casi crebbe rapidamente: da meno di venti l'anno nel periodo Obama si passò, fra il 2017 e il 2020, a diverse centinaia. Una successiva Operation Second Look ampliò ancora il bacino delle revisioni.

L'amministrazione Biden, dal 2021, ridusse l'enfasi su questo fronte e tornò a concentrare le azioni sui casi gravi: frode dimostrabile, omissioni materiali, trascorsi criminali. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, il programma è stato riattivato con maggiore intensità.

Maslenjak v. United States, 2017 La Corte Suprema, all'unanimità, stabilì che la falsa dichiarazione su cui si fonda una denaturalizzazione deve essere materially connessa alla concessione della cittadinanza: bugie marginali non bastano a revocare un titolo già concesso.

Resta, sopra tutto, l'asimmetria di partenza: il cittadino per nascita conserva il suo statuto qualunque cosa faccia, salvo i rarissimi casi di tradimento; il cittadino naturalizzato vive — anche a decenni di distanza dalla cerimonia — sotto la possibilità remota di una causa federale che ne riapra il fascicolo. È una distanza che il diritto americano non ha mai voluto colmare, e che oggi, nella stagione delle Operations, si fa sentire più sensibilmente di un tempo.

Capitolo XIII di XV · Pubblicato da Cittadinanza.net