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Cittadinanza

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Indice Sezione V — Perdere la cittadinanza Capitolo 12

Capitolo XII · Perdere la cittadinanza

La rinuncia volontaria

Dall'Expatriation Act del 1907 ai boom degli ultimi vent'anni, sempre più americani chiedono ai consoli di restituire formalmente il passaporto blu. Le ragioni sono quasi sempre fiscali, mai politiche.

Passaporto statunitense, esempio.
Passaporto statunitense, esemplare. Wikimedia Commons

C'è un momento, nella vita di alcuni cittadini americani all'estero, in cui un appuntamento in ambasciata smette di riguardare un visto o una pratica notarile, e diventa il punto finale di un legame. Si chiama renunciation of United States citizenship: si svolge davanti a un console, dura il tempo di due brevi interviste, costa duemilatrecentocinquanta dollari, e si conclude con la firma di un giuramento. Da quel momento il passaporto blu perde ogni valore.

Non è un gesto che la cultura americana abbia mai amato raccontare. Per quasi un secolo l'idea stessa che un cittadino potesse, per scelta, restituire allo Stato il proprio titolo è apparsa al confine fra l'incomprensibile e lo scandaloso. Eppure, negli ultimi quindici anni, la rinuncia è diventata un fenomeno statistico: dalle poche centinaia annue dell'epoca pre-2008 si è saliti a oltre seimila nel 2020.

L'Expatriation Act e l'idea di una uscita

La cornice giuridica risale, in forma compiuta, all'Expatriation Act del 1907 e, soprattutto, alla sezione 349 dell'Immigration and Nationality Act del 1952. Quella sezione elenca sette categorie di expatriating acts, atti il cui compimento — purché accompagnato dall'intent to relinquish — produce la perdita della cittadinanza: naturalizzazione estera, giuramento di fedeltà a un governo straniero, arruolamento in forze armate ostili, carica pubblica all'estero, rinuncia formale davanti a un console, rinuncia in territorio statunitense in tempo di guerra, tradimento.

Il punto decisivo è quello dell'intenzione. Fino al 1967 il governo americano sosteneva che alcuni di quegli atti producessero la perdita automatica del status civitatis. Fu la Corte Suprema, con Afroyim v. Rusk, a stabilire il contrario: nessuno può perdere la cittadinanza senza il suo consenso. È la ragione per cui, oggi, la sola via davvero certa e immediata resta la quinta della lista: la rinuncia formale davanti a un funzionario consolare.

La procedura consolare e il prezzo del distacco

La pratica è breve nella forma e lunga nella preparazione. Si fissa un appuntamento all'ambasciata o al consolato statunitense più vicino. Il rinunciante deve presentarsi di persona — è uno dei rari adempimenti che la legge americana non ammette per delega — e affrontare due colloqui distinti, intervallati di qualche giorno, intesi a verificare la lucidità della decisione, l'assenza di costrizione, la consapevolezza delle conseguenze.

Vengono compilati due moduli, il DS-4079 e il DS-4080: il primo è un questionario sui legami residui con gli Stati Uniti; il secondo è la dichiarazione giurata di rinuncia. L'interessato versa quindi la fee di duemilatrecentocinquanta dollari — la più alta del mondo — e attende qualche mese il Certificate of Loss of Nationality.

Dal giorno della rinuncia non si è più cittadini americani: si perde il diritto di voto, si torna a essere, sul suolo americano, semplici stranieri soggetti alle regole sui visti, e si esce — questo è il punto cruciale per molti — dalla giurisdizione fiscale federale.

La maggior parte dei rinunciatari non protesta contro l'America: protesta contro il modulo 1040.

FATCA, la spinta invisibile

Per capire perché un atto così solenne sia diventato, negli anni Dieci e Venti del nuovo secolo, una scelta quasi di routine per certe categorie di espatriati, occorre comprendere il combinato disposto di due singolarità americane. La prima è la citizenship-based taxation: gli Stati Uniti, soli al mondo insieme all'Eritrea, tassano i propri cittadini sui redditi prodotti ovunque, indipendentemente dalla residenza. La seconda è il Foreign Account Tax Compliance Act del 2010, noto come FATCA, che impone alle banche estere di segnalare al fisco statunitense i conti riconducibili a US persons.

L'effetto pratico è stato dirompente. Molti istituti europei e asiatici hanno preferito chiudere i conti dei propri clienti americani piuttosto che affrontare il peso degli obblighi di reporting. Un italiano nato a Brooklyn negli anni Sessanta da genitori in vacanza, rientrato in Italia a tre mesi di vita e mai più tornato negli Stati Uniti, si è scoperto improvvisamente soggetto al fisco americano, costretto a presentare ogni anno una dichiarazione 1040 e i moduli FBAR e 8938, talvolta a pagare imposte residue sui propri risparmi italiani. Da lì, la decisione: chiudere il legame.

A complicare il quadro c'è poi l'Heart Act del 2008, che ha introdotto la cosiddetta exit tax della sezione 877A: chi rinuncia ed è qualificato come covered expatriate — patrimonio netto superiore a due milioni di dollari, o imposta media superiore a circa centonovantamila dollari negli ultimi cinque anni — è tassato come se avesse venduto, il giorno prima della rinuncia, l'intero portafoglio mondiale dei propri beni.

Chi sono davvero i renunciants

Le cifre disegnano una traiettoria nitida. Fino al 2008 il Federal Register pubblicava ogni trimestre un elenco di poche centinaia di nomi: rinunce di natura quasi sempre individuale, spesso politica. Dal 2010 la curva sale ripida: oltre tremila nel 2014, oltre cinquemila nel 2016, picco superiore a seimilatrecento nel 2020. Negli anni più recenti il volume si è assestato intorno alle quattromila unità annue.

I casi noti riempiono le cronache: Eduardo Saverin, cofondatore di Facebook, rinuncia nel 2011 alla vigilia della quotazione; Boris Johnson, allora sindaco di Londra, restituisce nel 2016 la cittadinanza acquisita per nascita a New York; Tina Turner formalizza la propria nel 2013, ufficialmente in ragione del matrimonio svizzero. Sono i nomi che fanno titolo, ma non rappresentano la statistica. Il rinunciante mediano del decennio Venti è un accidental American: un britannico, un canadese, un italiano che porta nel passaporto altrui un dettaglio anagrafico — nato negli USA — di cui non aveva quasi mai dovuto ricordarsi, finché un funzionario bancario europeo non glielo ha chiesto per la prima volta.

Duemilatrecentocinquanta dollari È la tariffa consolare richiesta per la rinuncia formale di cittadinanza statunitense: la più alta al mondo per un atto di questo tipo, oltre venti volte la media degli altri Paesi industrializzati.

Resta, sullo sfondo, una considerazione di metodo. Gli Stati Uniti non hanno mai cancellato dal modulo di naturalizzazione la celebre formula con cui il nuovo cittadino rinuncia «absolutely and entirely» a ogni fedeltà precedente. Hanno costruito però, lentamente, il diritto speculare: quello di chi al patto americano non vuole più appartenere. È una libertà costosa, lunga, regolata da moduli e tariffe. Ma è una libertà — ed è, in fondo, l'ultima coerenza di una cittadinanza fondata, fin dal 1787, sul consenso.

Capitolo XII di XV · Pubblicato da Cittadinanza.net