Dred Scott v. Sandford
Nel 1857 la Corte Suprema dichiara, sette giudici contro due, che un nero non può essere cittadino degli Stati Uniti. È la sentenza più infame della storia americana — e il prologo della Guerra Civile.
Pochi nomi pesano sulla coscienza della Corte Suprema degli Stati Uniti quanto quello di Dred Scott. Nato schiavo in Virginia intorno al 1799, morto libero a St. Louis nel settembre 1858, in mezzo conobbe una traiettoria che lo trasformò, senza che lo cercasse, nel ricorrente più celebre della storia giudiziaria americana. Il 6 marzo 1857, sette giudici contro due, la Corte presieduta dal Chief Justice Roger B. Taney gli rispose con una sentenza che la storiografia successiva ha unanimemente giudicato la peggiore mai pronunciata dal massimo tribunale federale.
La decisione non si limitò a stabilire che Scott restava uno schiavo. In una majority opinion di cinquantaquattro pagine, Taney costruì un'architettura razziale del concetto di cittadinanza che pretendeva di risalire alle origini stesse della repubblica e di vincolare per sempre i giudici futuri. Quel tentativo fallì in modo spettacolare: meno di quattro anni dopo i cannoni di Fort Sumter aprirono la Guerra Civile, e undici anni dopo il XIV Emendamento avrebbe sepolto, almeno sulla carta, ogni parola della sentenza.
Il viaggio di Dred Scott
La storia comincia nel modo più sobrio. Negli anni Trenta dell'Ottocento, il padrone di Scott, il chirurgo militare John Emerson, lo portò con sé in due trasferimenti di servizio: prima nell'Illinois, Stato libero in virtù dell'Ordinanza del Nord-Ovest del 1787, poi nel Wisconsin Territory, dove il Missouri Compromise del 1820 vietava la schiavitù a nord del parallelo 36°30'. In quegli anni di residenza in suolo libero Scott sposò Harriet Robinson, anch'essa schiava, dopo una cerimonia officiata davanti a un magistrato — pratica rara, e indizio di un riconoscimento giuridico che mal si conciliava con lo status di mera proprietà.
Tornato infine nel Missouri, Stato schiavista, Scott avrebbe potuto rivendicare la libertà secondo una dottrina ben radicata nella giurisprudenza dei tribunali statali: «once free, always free», una volta libero per sempre libero. Nel 1846, con il sostegno di alcuni avvocati abolizionisti, Dred e Harriet promossero la causa. Nei primi gradi vinsero e persero alternativamente; quando il caso arrivò alla Corte Suprema federale, dopo undici anni di processi, era ormai diventato un emblema della divisione del Paese sulla schiavitù.
Sette giudici contro due
La Corte del 1857 era a maggioranza meridionale e democratica. Cinque dei nove giudici provenivano da Stati schiavisti; due dei tre nordisti — James Wayne e Robert Grier — votarono con la maggioranza. Solo Benjamin Curtis, del Massachusetts, e John McLean, dell'Ohio, dissentirono. La majority opinion fu affidata al Chief Justice Taney, virginiano di nascita, settantanovenne, vedovo, ex Attorney General e ex segretario al Tesoro di Andrew Jackson. Scrisse di proprio pugno, e con la convinzione di chi credeva di chiudere per sempre una questione politica.
L'argomentazione di Taney
L'opinion ruotava attorno a tre snodi devastanti. Il primo: i neri, schiavi o liberi, non erano mai stati e non potevano essere cittadini degli Stati Uniti. Secondo Taney, al momento della redazione della Costituzione i Padri Fondatori consideravano gli africani come «beings of an inferior order», esseri di un ordine inferiore, privi di qualsiasi diritto che l'uomo bianco fosse tenuto a rispettare. Era una lettura storica falsa — la dissenting opinion di Curtis dimostrò con cura che almeno cinque dei tredici Stati originari avevano riconosciuto agli afroamericani liberi il diritto di voto al tempo della Costituzione del 1787 — ma una lettura politicamente compatta.
Il secondo snodo riguardava il Missouri Compromise. Taney lo dichiarò incostituzionale: il Congresso, scrisse, non aveva il potere di vietare la schiavitù nei territori federali, perché farlo avrebbe significato privare i cittadini schiavisti della loro proprietà senza il giusto procedimento, in violazione del V Emendamento. Era la seconda volta nella storia della Corte che si invalidava una legge federale — la prima era stata Marbury v. Madison nel 1803 — e mai con conseguenze politiche tanto incendiarie.
Il terzo snodo, quasi un corollario, concludeva che il transito di Scott in suolo libero non lo aveva emancipato: era la legge del Missouri, e non quella dell'Illinois o del Wisconsin Territory, a regolare il suo status finale. La dottrina «once free, always free» era così rovesciata, e con essa decine di precedenti dei tribunali statali del Sud che, fino a quel momento, avevano riconosciuto la libertà a schiavi rientrati dopo periodi prolungati in territori liberi.
Una sentenza che spinse alla guerra
Le reazioni furono immediate e veementi. Al Nord la stampa abolizionista — il New York Tribune di Horace Greeley, il Liberator di William Lloyd Garrison — denunciò la sentenza come un colpo di Stato giudiziario. Al Sud venne accolta come la consacrazione costituzionale del proprio ordine sociale. Abraham Lincoln, allora avvocato a Springfield, costruì sulla decisione l'asse retorico del suo celebre discorso del 1858, la House Divided Speech: «una casa divisa non può reggersi», disse a Springfield, lasciando intendere che l'America sarebbe diventata interamente schiavista o interamente libera. Lo stesso anno, nei dibattiti con Stephen Douglas, tornò a smontare l'argomentazione di Taney.
La sentenza non placò nulla: accelerò la frattura. Il Partito Repubblicano, nato proprio sulla questione dell'estensione della schiavitù nei territori, si rafforzò; nel novembre 1860 Lincoln vinse le elezioni; nell'aprile 1861 cominciò la guerra. Quattro anni dopo, il XIII Emendamento abolì la schiavitù; tre anni dopo ancora, il XIV cancellò la prima parte di Taney, riconoscendo cittadinanza per nascita a chiunque, ex schiavi compresi.
Oggi, davanti al Old Courthouse di St. Louis dove Scott avviò la sua causa, una statua di bronzo lo ritrae accanto a Harriet. Le mani, appena protese, sembrano chiedere un riconoscimento che la Corte Suprema gli rifiutò in vita. Quel riconoscimento, costò una guerra, un emendamento e un secolo e mezzo di battaglie giurisprudenziali. Ed è anche per questo che, ogni volta che si invoca il XIV Emendamento, è bene ricordare che cosa si pose, prima, dall'altra parte della pagina.