Gli afroamericani dopo l'Emancipazione
Tra il XIII e il XIV Emendamento gli ex schiavi ottennero la cittadinanza formale. Sarebbe servito un altro secolo perché la cittadinanza sostanziale — l'eguaglianza davanti alle urne, alla scuola, al pullman — fosse loro davvero riconosciuta.
Il primo gennaio 1863, dalla penna di Abraham Lincoln esce un documento che la storiografia avrebbe consegnato alla leggenda: l'Emancipation Proclamation. Sotto il profilo strettamente giuridico, è un atto di guerra — una proclamazione presidenziale che, in virtù dei poteri straordinari del comandante in capo, dichiara liberi gli schiavi degli Stati confederati. Sotto il profilo politico è qualcosa di più: l'apertura del cantiere costituzionale che, nei sette anni successivi, avrebbe trasformato quattro milioni di esseri umani da proprietà mobile a cittadini della Repubblica. Quel cantiere si chiamerà Reconstruction, e la sua opera principale — i tre emendamenti del dopoguerra — disegnerà sulla carta una promessa che la realtà tradirà per un secolo intero.
Da schiavi a cittadini: tre emendamenti
Il XIII Emendamento, ratificato nel dicembre 1865, abolisce la schiavitù in ogni angolo dell'Unione, fatta eccezione per la pena ai condannati. È un atto secco e definitivo, ma non risolve la questione successiva: cosa siano, ora, i quattro milioni di liberti. Vi provvede il Congresso con il Civil Rights Act del 1866, che riconosce a tutte le persone nate negli Stati Uniti — esclusi gli «Indians not taxed» — la qualità di cittadini, con pari diritti civili. Per timore che una legge ordinaria potesse essere smontata da una futura maggioranza, lo stesso testo viene innestato due anni dopo nella Costituzione: nasce così, nel luglio 1868, il XIV Emendamento, la cui Citizenship Clause codifica per la prima volta lo ius soli federale e, con la Equal Protection Clause, vincola gli Stati al principio di eguaglianza davanti alla legge.
Il cerchio sembra chiudersi nel 1870 con il XV Emendamento, che vieta agli Stati di negare il diritto di voto «on account of race, color, or previous condition of servitude». Sulla carta, in cinque anni l'America passa dall'avere milioni di schiavi all'avere milioni di elettori. Sulla carta. La distanza fra il diritto scritto e il diritto vivente, in quei decenni, sarà la più ampia che la storia costituzionale americana abbia mai conosciuto.
Il fallimento della Reconstruction
Tra il 1865 e il 1877, gli Stati del Sud occupati dall'esercito federale conoscono un'apertura politica senza precedenti: liberti eletti al Congresso, scuole pubbliche per la popolazione di colore, costituzioni statali ridisegnate dai partiti repubblicani e dalle nuove comunità afroamericane. È una stagione breve e, per molti contemporanei bianchi del Nord, spossante. La presidenza Grant ne paga il costo politico; le maggioranze in Congresso si erodono.
Il punto di svolta è il compromesso del 1877, che chiude la disputa elettorale fra Hayes e Tilden: il candidato repubblicano ottiene la Casa Bianca, ma il prezzo è il ritiro delle truppe federali dal Sud. Ai cosiddetti Redeemers, l'oligarchia bianca democratica, viene di fatto consegnato il governo locale. Inizia la stagione della restaurazione razziale: i Black Codes riemergono in forme nuove, e le legislature del Sud approvano l'intera architettura segregazionista che la storia avrebbe chiamato Jim Crow.
Jim Crow e i tre quarti di secolo perduti
La sanzione costituzionale di quel sistema arriva nel 1896, con Plessy v. Ferguson. La Corte Suprema, a maggioranza, dichiara compatibile con l'Equal Protection Clause il principio del «separate but equal»: la segregazione razziale dei servizi pubblici è lecita, purché — almeno sulla carta — le strutture riservate alle due razze siano equivalenti. È la formula che per più di mezzo secolo legittimerà gli ingressi separati nelle stazioni, i vagoni distinti sui treni, le scuole bianche e «colored», le fontane diverse nei tribunali.
Parallelamente, il diritto di voto garantito sulla carta dal XV Emendamento viene smontato con strumenti formalmente neutri. Le poll taxes richiedono il pagamento di una tassa pro capite per votare, escludendo i poveri — e i liberti erano poveri. I literacy tests impongono prove di lettura amministrate con discrezionalità arbitraria: il funzionario può respingere il candidato nero anche di fronte alla risposta corretta. Le grandfather clauses esonerano da quei test chi avesse un avo elettore prima della Guerra civile — clausola che, per definizione, non poteva applicarsi alla popolazione di colore. Le white primaries escludono dalle elezioni interne dei partiti meridionali, di fatto monopolizzate dai Democratici, gli elettori neri.
Su questo paesaggio si muove la Great Migration: tra il 1910 e il 1970 circa sei milioni di afroamericani lasciano il Sud per le città industriali del Nord — Chicago, Detroit, Pittsburgh, New York. La NAACP, fondata nel 1909, prepara intanto, in punta di diritto, la campagna giudiziaria che avrebbe smontato Jim Crow.
Selma e il Voting Rights Act
La svolta giurisprudenziale arriva nel 1954, con Brown v. Board of Education: la Corte Suprema, all'unanimità, dichiara incostituzionale la segregazione scolastica e seppellisce Plessy. L'anno successivo Rosa Parks rifiuta di cedere il proprio posto sull'autobus di Montgomery e dà inizio al boicottaggio che porta alla ribalta nazionale Martin Luther King. Nei dieci anni seguenti il movimento per i diritti civili compone, in piazza e nei tribunali, il proprio repertorio: sit-in, marce, ricorsi, libertà di stampa.
Le due leggi fondamentali della stagione kennediano-johnsoniana coronano quel decennio. Il Civil Rights Act del 1964 vieta la discriminazione razziale negli esercizi pubblici e nei luoghi di lavoro. Il Voting Rights Act del 1965 — approvato sull'onda della marcia da Selma a Montgomery — sottopone a controllo federale preventivo le modifiche delle leggi elettorali negli Stati con storiche pratiche discriminatorie, e proibisce literacy tests e simili strumenti di soppressione. È, per la prima volta dal 1870, una traduzione operativa del XV Emendamento.
Il quadro contemporaneo resta in chiaroscuro. Nel 2013, con Shelby County v. Holder, la Corte Suprema dichiara obsoleta la formula del preclearance, indebolendo la legge del 1965 e riaprendo, in più Stati, la discussione sulle nuove forme di restrizione del voto. La distinzione fra cittadinanza formale e sostanziale — fra il nome iscritto sui registri e il diritto effettivamente esercitato — resta il vero metro di una repubblica.