I nativi americani
Padroni del continente da prima della firma di Filadelfia, i nativi americani furono gli ultimi a ottenere la cittadinanza degli Stati Uniti. L'Indian Citizenship Act arriva soltanto nel 1924, e con limiti che si scioglieranno solo decenni dopo.
Vi è qualcosa di paradossale, e insieme rivelatore, nella cronologia della cittadinanza americana: i popoli che abitavano il continente da prima dell'arrivo dei Padri Pellegrini furono gli ultimi a vedersi riconoscere il titolo di cittadini degli Stati Uniti. Bisogna attendere il 2 giugno 1924 — centoquarantotto anni dopo la Dichiarazione d'Indipendenza, cinquantasei dopo il XIV Emendamento — perché il presidente Calvin Coolidge apponga la firma in calce allo Indian Citizenship Act, conosciuto anche come Snyder Act dal nome del deputato repubblicano di New York che lo aveva presentato. Una firma laconica, una pagina di legge, e una storia di esclusione che la dottrina costituzionale aveva costruito con pazienza per oltre un secolo.
Quella tarda inclusione non fu un'omissione casuale, né il prodotto di un singolo pregiudizio. Fu il risultato di una precisa architettura giuridica, fondata sulle parole stesse della Costituzione e sulla giurisprudenza della Corte Suprema, che fece dei nativi americani — per generazioni — soggetti politici insieme dentro e fuori dal perimetro dell'Unione.
Un'esclusione costituzionale
La carta del 1787, ai fini della ripartizione dei seggi alla Camera e del computo delle imposte dirette, escludeva esplicitamente «Indians not taxed», gli indiani non tassati: una formula che riappare, identica, nella sezione 2 del XIV Emendamento del 1868. Quella locuzione, apparentemente fiscale, racchiudeva una concezione politica: i nativi che continuavano a vivere all'interno delle proprie tribù — non integrati nella società coloniale, non contribuenti, non soggetti alle leggi statali — non erano considerati parte della polity americana, ma membri di entità sovrane distinte.
Questa lettura era già stata codificata dalla penna del chief justice John Marshall nella celebre Cherokee Nation v. Georgia del 1831. La sentenza descriveva le tribù come «domestic dependent nations», nazioni domestiche dipendenti: entità politiche con un'autonomia residua, tutelate dal governo federale ma incapaci, secondo la dottrina marshalliana, di esercitare la piena sovranità di uno Stato estero. Da un lato, dunque, gli indiani non erano stranieri; dall'altro non erano nemmeno cittadini. Vivevano nell'interstizio costituzionale che gli stessi Padri Costituenti avevano lasciato aperto, e che il diritto avrebbe abitato per quasi un secolo senza colmare.
Elk v. Wilkins, la sentenza del 1884
La domanda decisiva arrivò davanti alla Corte Suprema nel 1884, in un caso destinato a passare nei manuali di diritto costituzionale: Elk v. Wilkins. John Elk, nativo americano, si era separato volontariamente dalla propria tribù, aveva preso residenza a Omaha, in Nebraska, e si era presentato a registrarsi come elettore. Il funzionario gli aveva opposto un rifiuto. La controversia investiva il cuore della cosiddetta Citizenship Clause del XIV Emendamento: chiunque sia nato negli Stati Uniti e «subject to the jurisdiction thereof» — soggetto alla loro giurisdizione — è cittadino.
Elk era nato sul suolo americano. Aveva rinunciato alla vita tribale. Ma la Corte, a maggioranza, gli negò la cittadinanza. La motivazione, redatta dal giudice Horace Gray, sostenne che chi nasceva in seno a una tribù non era, al momento della nascita, «soggetto alla giurisdizione» degli Stati Uniti nello stesso modo dei figli di cittadini o di immigrati legali. La tribù era un'autorità politica autonoma; l'allegianza nasceva lì, non a Washington. Un atto unilaterale di abbandono — il trasferimento a Omaha — non bastava: occorreva un atto di accoglienza da parte degli Stati Uniti, e quell'atto non era ancora previsto da nessuna legge.
La sentenza fissò, di fatto, una doppia barriera: la Costituzione non bastava, perché la jurisdiction era contestata; e neppure il consenso individuale del nativo era sufficiente, se non incontrava la volontà del legislatore federale. Ne seguì, nei decenni successivi, una serie di leggi parziali, dirette a frammentare il problema più che a risolverlo. Il Dawes Act del 1887 promise la cittadinanza a chi accettava la suddivisione delle terre tribali in lotti individuali, secondo un modello agrario di stampo jeffersoniano. Nel 1919 una legge specifica riconobbe la cittadinanza ai veterani nativi che avevano combattuto nella Prima guerra mondiale. Ogni provvedimento aggiungeva una categoria; nessuno chiudeva il cerchio.
Lo Snyder Act del 1924
Il cerchio si chiuse — almeno sul piano della nationality — con l'Indian Citizenship Act del 2 giugno 1924. Il testo era brevissimo: estendeva la cittadinanza statunitense a tutti i nativi nati nel territorio degli Stati Uniti, senza richiedere abbandono della tribù, accettazione di lotti o servizio militare. Coolidge, fotografato sui gradini della Casa Bianca accanto a una delegazione di Osage in abiti tradizionali, firmava una legge che metteva fine, formalmente, a centocinquant'anni di esclusione costituzionale.
La firma, però, non risolveva la questione della doppia sovranità: l'appartenenza tribale rimaneva intatta, e con essa l'autonomia giuridica delle nazioni indiane. Da quel momento, un nativo era contemporaneamente cittadino federale e membro di una nation distinta, riconosciuta dai trattati. È una condizione che persiste, in larga misura, ancora oggi.
Cittadini, ma non sempre elettori
Riconoscere la citizenship non significava, nel diritto federale americano, riconoscere automaticamente il diritto di voto. Quel diritto restava materia degli Stati, e alcuni Stati dell'Ovest scelsero di negarlo. L'Arizona e il New Mexico tennero in piedi sbarramenti formali — fondati sull'idea che i nativi residenti nelle riserve fossero «sotto tutela» e non pienamente competenti — fino alla sentenza Harrison v. Laveen del 1948. Il Maine cedette nel 1954, lo Utah nel 1957. La cittadinanza del 1924 si trasformò così in un titolo formale che attese, in alcune regioni, oltre trent'anni perché si riempisse di contenuti elettorali.
Il quadro contemporaneo è il prodotto di una stratificazione lunga. L'Indian Civil Rights Act del 1968 estese ai membri delle tribù gran parte delle garanzie del Bill of Rights, mantenendo però l'autonomia legislativa e giudiziaria delle nazioni indiane. Oggi un nativo americano è, allo stesso tempo, cittadino degli Stati Uniti d'America e cittadino della propria tribù: una doppia appartenenza che riflette, nel diritto vigente, la singolare cronologia di una inclusione tardiva e mai del tutto compiuta.